"La scopa del sistema" di David Foster Wallace

27 Marzo 2013

 

TITOLO: La scopa del sistema

AUTORE: David Foster Wallace

PREZZO: cartaceo 20 euro, e-book 6,99 euro

CASA EDITRICE: Einaudi, collana "Einaudi stile libero Big"

ANNO DI PUBBLICAZIONE: Italia, 2008 (prima edizione Fandango 1999), Stati Uniti 1987.

PAGINE: 533

 

Sento che potrei parlarne troppo poco. Gli occhi sono ancora stupiti dalla consapevolezza di aver letto qualcosa di enorme.

Sento che dovrei parlarne poco. Le perle rare vanno descritte con pochi tratteggi, sfiorate appena.

Parlarne. Strano trovarmi qui a parlare di parole, che sono un elemento centrale in questo romanzo. Parole. Sì, ora parlerò di questo romanzo. Vi racconterò questo romanzo.

"Mettiamo che Nonna mi abbia detto in maniera parecchio convincente che tutto ciò che davvero esiste della mia vita è limitato a quello che se ne può raccontare.  Be', credo che non sia esattamente che la vita va raccontata anziché vissuta; è piuttosto che la vita è il suo racconto, e che in me non c'è niente che non sia o raccontato o raccontabile. Ma se è davvero così, allora che differenza c'è, perché vivere?"

Ho deciso di accostarmi alla lettura di questo romanzo dopo un tentativo prematuro con "Infinite Jest", secondo dei tre romanzi di questo autore, forse il più noto, poderosissimo nella mole e nei contenuti. Il tentativo non è andato a buon fine, principalmente credo che all'epoca non fossi pronta ad affrontare ciò-che-è questo autore. Sì perchè davanti a un libro di David Foster Wallace è richiesta indubbiamente una capacità di concentrazione molto alta, non solo di mero recepimento di una storia, quanto di interiorizzazione logica. Il cervello lavora, insomma, si stanca e fatica per seguire il filo di ragionamenti, percorsi, elucubrazioni labirintiche che questo autore ti prepara davanti. E di tutto questo lavoro, alla fine di un suo libro, la sensazione è quella di aver ricevuto una folgorazione potente, una scossa profonda. Ho lo sguardo ebete da qualche giorno, ancora intenta a ripensare a certi passaggi filosofici particolarmente macchinosi contenuti in "La scopa del sistema". La consapevolezza amara è che difficilmente troverò qualcuno che possa creare in me un tale sconvolgimento tramite un libro. Ma andiamo con ordine.

Descrivere la trama di questo libro è difficile perchè è fitta, caleidoscopica. Il romanzo, ambientato a cavallo tra anni '80 e '90, ruota attorno alle vicende di Lenore Beadsman, giovane ragazza alla ricerca della bisnonna, ex studiosa wittgensteiniana, scomparsa misteriosamente dalla casa di riposo insieme a una ventina di altre persone. La vicenda fa da sfondo, diventa l'occasione, per focalizzare l'attenzione del lettore sui personaggi strani, quasi macchiettistici, che ruotano intorno a Lenore. Si parla di Rick, amante e datore di lavoro di Lenore che con lei condivide lo stesso psicanalista, il dr. Jay, con il suo studio eccentrico e le sue manie igieniste. E poi la famiglia di Lenore, il padre di Lenore, la madre di Lenore e i fratelli di Lenore, l'impero del padre, magnate dell'industria di omogeneizzati per bambini. LaVache "Anticristo" Beadsman, fratello minore di Lenore e la sua gamba che cura quasi fosse una persona, le discussioni filosofiche tra i due. Bombardini, un uomo che cerca di compensare l'abbandono della moglie con la decisione di espandersi mangiando quintali di cibo. Vlad l'Impalatore, il pappagallo di Lenore, che da muto diventa parlante e da parlante viene considerato un messaggero di Dio. E poi ci sono le storie di Rick, vere e proprie storie dentro la storia: assurde all'inverosimile, ma poi non troppo se consideriamo "la" storia. E in questo strabordare di vicende e personaggi vi è la maestria di un autore che cambia registro, modalità narrativa, persona narrante a ogni paragrafo. Il lettore si trova a leggere a tratti dei dialoghi, a tratti delle sedute di psicanalisi, altre volte ancora addirittura dei verbali di assemblea. Ogni tassello però è ben riposto, si adatta non solo al personaggio o vicenda che rappresenta, ma anche alla funzione che quel determinato tassello ha nella posizione del libro.

Personaggi che ruotano, si intersecano, danzano nel caleidoscopio perfettamente architettato dall'autore. Si muovono soffocando in un'ansia di comunicabilità nell'incomunicabilità dei sospiri, dei silenzi e del non detto e le wittgensteiniane teorie sulle quali sembra essersi fondata l'infanzia di Lenore, sulle quali sembra essere fondato il libro stesso vengono annichilite da ciò che la realtà dimostra: l'incomunicabilità. Parodia del raccontare diviene il non raccontare e Wallace sembra divertirsi con il lettore nell'introdurlo in storie al limite dell'assurdo che si fondono con le storie della storia, burattinaio che muove lettore e personaggi in elucubrazioni letterarie e filosofiche per poi ricadere nel grottesco. A tratti ho riso, le pagine scorrevano via facendomi ridere di gusto, per poi subire una brusca frenata davanti a frasi sulle quali avrei potuto passare ore a riflettere. Potrei dire che nelle macchiette rappresentate dai buffi personaggi di questo libro ci vedo, portate all'estremo, situazioni che rappresentano il mondo odierno che possiamo esaminare, capovolgere allo sfinimento, deridere, negare. Potrei dire che a mio avviso la comunicazione/incomunicabilità/bisogno di comunicazione è il perno su cui ruota questo libro, ma al contempo potrei negare quanto da me detto a favore di una più brillante affermazione sul senso di questo libro. E' un gioco di tesi/antitesi nel grottesco che riesce perfettamente a sconcertare il lettore. Me lo vedo, Wallace, lì a ridere di me.

Come accennavo prima nel libro lo stile di scrittura è vario e subisce all'interno della narrazione costanti e imprevedibili cambi di registro. Il libro è suddiviso in capitoli, i quali a loro volta sono suddivisi in quelli che definirei "paragrafi" nominati tramite lettera (a/b/c/d/e). A ogni paragrafo corrisponde quello che definirei "l'ignoto" per il lettore. Questo perchè per oltre un buon 60% di libro (quindi ben oltre i tempi tecnici di ambientazione e accomodamento del lettore) il lettore non è in grado di riuscire in alcun modo ad aspettarsi ciò che l'autore farà. E' il bello di questo autore e al contempo, a mio avviso, forse un limite. Limite perchè riconosco che a tratti ciò può essere demotivante per un lettore abituato a una certa prevedibilità e "ritualità" nell'andatura della lettura. Questo libro non è solo occhi, ma anche cervello, ragionamenti, riflessione, interiorizzazione profonda -per profonda intendo che spesso ci si ferma su una sola frase, senza progredire di venti/trenta pagine. C'è bisogno di FERMARSI, ASPETTARE, MASTICARE-. Il risultato non può che essere appagante, illuminante, folgorante. Però è bene appunto avvertirvi di quanto questa sia impresa che richiede attenzione. La consapevolezza, a libro finito, è di avere in mano un poderoso pezzo di letteratura contemporanea. Non perchè lo dicono gli altri. Non perchè lo dice questo o quel critico letterario, ma perchè sono il cervello, gli occhi e il cuore a farti capire che siamo notevolmente sopra molti libri.

I personaggi sono descritti magistralmente. Per magistralmente intendo perfettamente, nei minimi dettagli e con dettagli che mai avrei pensato di trovare così calzanti nella descrizione di un personaggio. Descrivere qualcuno tramite ciò che possiede, tramite gli oggetti che popolano la sua stanza, non è una idea geniale? Descrivere una persona piena di sè e avida tramite un intenso monologo che nulla lascia al dialogo non è geniale più di mille descrizioni sull'avidità del suddetto uomo? Ecco, questo è Wallace quando descrive un personaggio. Non lo veste soltanto, lo rende credibile, lo rende reale. Raccontato-quindi-esiste (e si torna al nucleo centrale del romanzo). Ho imparato che la realtà è permeata e penetrata dal grottesco o forse il grottesco è la realtà. Ho imparato a vedere due lati, forse tre, nelle cose. Ho riso fino alle lacrime di fronte all'assurdità di certe situazioni (vi assicuro che intorno a pagina 200 ho riso di gusto in un momento in realtà tragicissimo, se vi addentrerete nel romanzo vi dico che mi riferisco al monologo/racconto di mr. Vigorous a Lang nell'aereo di ritorno) che diventano nondimento parodia e addirittura allegoria del mondo pop-ottanta-novanta in cui è ambientata la vicenda e anche del mondo odierno (visto che certe cose forse sono andate peggiorando). Mi sono commossa nell'implorante bisogno d'amore che percepivo e respiravo in alcuni personaggi. E ho fatto lavorare il cervello per seguire i dialoghi filosofici, talmente intensi che spesso mi facevano arrancare e chiedere una boccata d'aria.

A un livello più profondo se mi chiedessero di riassumere in un motto il senso del romanzo io affermerei che in questo libro l'autore ha voluto dimostrare come le nostre vite, le nostre esistenze siano un grande racconto. Partendo  quindi dall'assunto che tutto esiste se è raccontabile e ammettendo che la parola sia il mezzo attraverso il quale diamo esistenza alle cose ecco che in quanto racconto la nostra vita stessa è malleabile, capovolgibile, "surrealizzabile", in una parola sola "giocabile"! La vita è un grande racconto e con le parole possiamo giocare, possiamo rendere il racconto a nostra somiglianza, prenderlo in mano e gestirlo come meglio vogliamo: un romanzo che ci mostra come possano all'interno della stessa storia coesistere narrazioni/stili/registri/giochi linguistici diversi diventa quindi -sulla base di un mio personalissimo punto di vista- un microcontesto per dimostrarci che se QUELLE vite sono raccontabili e giocabili all'estremo, anche la nostra vita è raccontabile e giocabile. C'è chi lo chiama esercizio di stile. Io ci vedo tanta filosofia. E a tratti anche tanta lungimiranza: perchè se assumiamo per vero il wittgesteiniano concetto della raccontabilità delle cose come requisiti essenziali per la loro esistenza ecco che percepiamo il nostro essere nel mondo anche come un essere nel palco, come un recitare. E non è forse, la società in cui viviamo, un grande palcoscenico? Non è forse la tv dei reality show, ove la realtà viene stravolta e ri-raccontata, un grottesco dipinto di questo assunto? O pensiamo ai telegiornali, alle notizie di cronaca, a ogni cosa che ci circonda che sia diversa da noi stessi: ogni cosa la conosciamo perchè ci viene raccontata. Addirittura noi stessi siamo raccontati da noi stessi a noi stessi poichè è impossibile pensare a niente e il solo pensare è un raccontare. Tutto questo sciabordare di pensieri, questa fitta rete di considerazioni sono la naturale risultanza degli ingredienti che Wallace mette sul piatto, dei racconti e delle vicende che narra nel romanzo: i linguaggi gli stili e i registri, i simboli del romanzo ci dimostrano quanto nella vita ci barcameniamo tra questi linguaggi stili e registri, alla ricerca di un attaccamento a ciò che presumiamo essere qualcosa chiamato "realtà".

Ho finito. Per adesso.

Caro David, mi hai rivoltata come un calzino e posso dirlo a gran voce: dopo averti letto, poche cose saranno come te. Non mi piace usare la parola "genio", non la userò per descriverti. "Genio" ha sempre un che di svitato/fuori dal comune. Quel che è certo è che se d'ora in poi nella mia mente penserò alla raffigurazione fisica di ciò che io concepisco, definisco, vesto come "Scrittore", lo Scrittore avrà il tuo volto.

"Lenore stava osservando il disegno sul verso dell’etichetta Stonecipheco posata sulla pila di quaderni nel cassetto della scrivania. Raffigurava una persona, infilata in quello che si sarebbe detto un camice. In una mano impugnava un rasoio, nell’altra una bomboletta di schiuma da barba. Lenore riusciva a distinguere la scritta “Noxzema” sulla bomboletta. La testa della persona era un’esplosione di schizzi d’inchiostro. 
- Stavo guardando questo, – rispose.
Mr. Bloemker si avvicinò. Puzzava come un pannolino da cambiare. – E sarebbe? – chiese, sbirciando da sopra la spalla di Lenore.
- Se è quello che io credo che sia, – disse Lenore, – è una specie di indovinello. Un come si chiama. Una antinomia.
- Una antinomia?
Lenore annuì. – Nonna adora le antinomie. Credo che questo tizio qui.. – abbassando lo sguardo sul disegno sul verso dell’etichetta – … sia il barbiere che rade solo e tutti quelli che non si radono da sé.
Mr. Bloemker la guardò. – Un barbiere?
- L’atroce dilemma, – disse Lenore, rivolta al pezzo di carta, – è se il barbiere si rada da sé o meno. Credo che sia questo il motivo per cui la testa gli è esplosa.
- Cioè a dire?
- Se lo fa non lo fa, se non lo fa lo fa.
Mr. Bloemker contemplò il disegno. Si accarezzò la barba."

Cenni sull'autore: David Foster Wallace (1962-2008), scrittore e saggista statunitense. Laureato in filosofia e letteratura inglese con specializzazione in logica modale e matematica. Tre i suoi romanzi: "La scopa del sistema", pubblicato a soli 24 anni, "Infinite Jest" e l'incompleto "Il re pallido" pubblicati in Italia da Einaudi. Numerosi inoltre i suoi racconti reperibili in varie raccolte, cito "La ragazza dai capelli strani" e "Verso l'occidente l'impero dirige il suo corso" pubbicati in Italia da Minimum fax.  Tra i saggi cito "Una cosa divertente che non farò mai più", "Tennis, tv, trigonometria, tornado", "Considera l'aragosta" e "Come diventare se stessi".

A Tania, con immensa gratitudine.