Sensazioni quotidiane - HorrorVille #3

28 Marzo 2013

horrorvilleBenvenuti nella seconda puntata di HorrorVille! Oggi supplemento concettuale legato alla prima puntata (qui il link).

In queste settimane mi sono chiesto che tipo di percorso poter seguire per parlare in maniera chiara del genere e, solo pochi giorni fa, sono arrivato a una conclusione, ponendomi poche semplici domande:

“Un lettore nel 2013, pensando alla Letteratura dell’orrore, a cosa pensa?” e “Quali sono gli autori di spicco del momento?”

Quindi si sarà palesemente capito, che ho deciso di partire dal “presente” per analizzare il tutto e, nel farlo mi riferirò esclusivamente al nostro panorama italiano siccome, oltre gli italici confini la musica cambia. Proprio in Italia si commette l’errore più grande, soprattutto in questi ultimi in anni in cui il genere Urban Fantasy si sta diffondendo senza alcuna pietà, come giusto che sia. L’errore ricorrente che potrebbe fare il lettore del ventunesimo secolo e proprio quello di confondere la letteratura horror con l'UF che nonostante le similitudine e i continui prestiti, pone strutture e tematiche del tutto diverse.

Molti sono gli autori di questa nuova tipologi a fantastica che stanno spopolando riducendo a genere di nicchia l’horror più classico e tutte le penne che si rifanno ai classicismi del genere, dopo gli anni 90 sono stati beatamente ignorati dalle case editrici italiane. Tutti tranne uno: Stephen King.

Stephen King horrorvilleL’autore americano le cui pubblicazioni vengono puntualmente tradotte in tempi record e immesse serenamente sul mercato. Per le vendite e l’editoria italiana King è una sicurezza, i numeri parlano. King è un marchio che si vende da solo.

King nasce a Portland il 21 settembre del 1947, trascorre l’infanzia senza la figura paterna in una piccola casa che condivide con Owen (il fratello) e la madre. Proprio la stessa donna che per gli insegnamenti di vita  sarà figura di spicco per l’uomo che diventerà.

Il fascino per il cinema degli anni 50 e per i racconti di Lovecraft e Allan Poe porteranno il giovane Stephen a pubblicare in ambito scolastico un giornalino tutto suo, che nel breve tempo verrà sequestrato per i suoi contenuti. La passione non manca ma l’ascesa verso l’olimpo delle grandi penne del terrore tarderà a venire. Solo nel 1973 a più di trent’anni inoltrati l’autore del Maine vedrà un interessamento verso un suo primo scritto: Carrie.

Da Carrie il percorso prenderà una piega ottimale, e ogni romanzo riuscirà a diventare almeno in ambito americano un must: The Stand, It, Pet Semetary, Shining.

KingNovelHorrorVille

Ma io d’altronde non sono nessuno per darvi un’idea ben precisa, ho per questo estratto e selezionato parti di una brillantissima prefazione di King tratta dall'antologia “A Volte Ritornano” (1978). Vi consiglio di leggerla per due semplici motivi:

1) È dannatamente illuminante.

2) Si ricollega in maniera perfetta al vivere l'orrore quotidiano. L'orrore di oggi. L'orrore di adesso.

3)  Comincerete a familiarizzare con lo stile di King, chissà che non vi streghi.

Buona Lettura

"Parliamo, voi e io. Parliamo della paura.

La casa è deserta, mentre scrivo; fuori cade una gelida pioggia di febbraio. È sera. A volte quando il vento soffia come sta soffiando ora, la luce se ne va. Ma per ora c'è, perciò parliamo molto francamente della paura. Parliamo molto razionalmente di come si arriva all'orlo della follia... e forse al di là del baratro. (…) Parliamo della paura. Non alzeremo la voce e non ci metteremo a urlare. Parleremo razionalmente. Voi e io. Parleremo del modo in cui il solido tessuto delle cose si disfa, a volte, con una subitaneità che ci lascia scossi.

La sera, quando mi corico, sento ancora il bisogno di assicurarmi che le mie gambe siano sotto le coperte, una volta spenta la luce. Non sono più un bambino ma... non mi va di dormire con una gamba che sporge dal letto. Perché se una mano gelida si protendesse per caso da sotto il letto ad afferrarmi la caviglia, potrei anche urlare. Sì, potrei cacciare un urlo da svegliare i morti. Sono cose che non succedono, naturalmente, e lo sappiamo tutti. Nei miei racconti incontrerete esseri notturni di ogni genere: vampiri, amanti di demoni, una cosa che vive nell'armadio, ogni sorta di altri terrori. Nessuno di essi è reale. L'essere che, sotto il letto, aspetta di afferrarmi la caviglia non è reale. Lo so. E so anche che se sto bene attento a tenere i piedi sotto le coperte, non riuscirà mai ad afferrarmi la caviglia.

A volte, quando parlo davanti a gruppi di persone che sono interessate allo scrivere o alla letteratura, prima che lo scambio di domande e risposte sia terminato, c'è sempre chi fa questa domanda: perché ha scelto di scrivere su argomenti così macabri? Di solito, rispondo con un'altra domanda: pensa forse che io abbia una possibilità di scelta?

Scrivere è un'occupazione da prendere un po' alla «come viene, viene». Penso che ognuno di noi abbia un filtro nel fondo della propria mente. A seconda del filtro cambiano la dimensione e le maglie della rete. Quello che nel mio filtro resta preso può scorrere via attraverso il vostro. Quello che il vostro filtro trattiene, può scivolare via attraverso il mio. Insito in ognuno di noi pare ci sia l'obbligo di setacciare la fanghiglia che si ferma nelle rispettive menti-filtro, e ciò che troviamo si sviluppa di solito in una sorta di attività sussidiaria. Il contabile può essere anche un fotografo. L'astronomo può raccogliere monete. L'insegnante può fare iscrizioni a carboncino per lapidi. La melma trattenuta dal filtro, la sostanza che rifiuta di passare, diventa spesso l'ossessione personale di un individuo. Nella società civile, abbiamo tacitamente convenuto di chiamare questa ossessione «hobby».

A volte, l'hobby diventa un lavoro a tempo pieno. Il contabile può scoprire che, facendo fotografie, riesce a guadagnare abbastanza denaro per mantenere la famiglia; l'insegnante può diventare così esperto nella tecnica d'incisione da tenere delle conferenze. E ci sono professioni che cominciano come un hobby e rimangono un hobby anche quando chi le esercita è in grado di guadagnarsi da vivere dedicandosi al suo hobby; ma poiché «hobby» è una paroletta banale, priva di sussiego, per un altro tacito accordo chiamiamo i nostri hobby «le arti».

(…)Non sono un grande artista, ma ho sempre sentito il bisogno di scrivere. Così, ogni giorno torno a frugare la fanghiglia, riesaminando frammenti, scartati in precedenza, di ossessione, di ricordo, di riflessione, cercando di cavare qualcosa dal materiale che non è passato attraverso il filtro per perdersi poi giù per lo scarico del subconscio.

Io e Louis L'Amour, lo scrittore di western, potremmo starcene insieme in riva a un piccolo stagno del Colorado, ed entrambi potremmo avere un'idea nel medesimo istante. Entrambi potremmo sentire il bisogno irresistibile di metterci a tavolino e tentare di renderla in parole. La storia che lui butterebbe giù potrebbe riguardare i diritti d'utilizzazione dell'acqua durante un periodo di siccità; la mia, molto probabilmente, parlerebbe di qualcosa di enorme e di spaventoso che, emergendo dalle acque immobili,rapisse pecore... cavalli... e alla fine persone. L' «ossessione» di Louis L'Amour si accentra sulla storia dell'Ovest americano; io tendo più verso cose che strisciano al lume delle stelle. Lui scrive western; io scrivo racconti dell'orrore. Siamo entrambi un po' mattoidi.

Le arti sono ossessive e l'ossessione è pericolosa. È come un coltello nella mente. L'arte è un tumore ben localizzato, quasi sempre benigno (gli artisti tendono a essere longevi), a volte invece terribilmente maligno. Usa il coltello con cautela, perché sai bene che a lui non importa molto dove va a finire la sua lama. E se sei furbo setacci minuziosamente il fango... perché un po' di quella melma può anche non essere morta.

Una volta esaurito il problema del perché scrivi questa roba, sorge la domanda successiva: perché la gente legge roba simile? come mai si vende? Questa domanda nasconde in sé un presupposto, e il presupposto è che una storia sulla paura, una storia sull'orrore, è di gusto malsano. La gente che mi scrive spesso comincia così: «Forse lei penserà che sono un po' strano, ma a me Le notti di Salem è piaciuto davvero.» Oppure: «Avrò gusti morbosi, ma mi sono goduto dalla prima all'ultima pagina Una splendida festa di morte...»

(...)La grande letteratura del soprannaturale contiene spesso la stessasindrome del «rallentiamo e guardiamo l'incidente»: Beowulf che massacra la madre di Grendel; il narratore di The Tell-Tale Heart che fa a pezzi il suo benefattore colpito dalla cataratta e lo nasconde sotto l'assito del pavimento; la truce battaglia di Hobbit Sam con Shelob il ragno nell'ultimo libro della trilogia di Tolkien.

Qualcuno si opporrà strenuamente a questo ragionamento, sostenendo che Henry James non ci sta mostrando un incidente d'auto nel Giro di vite; affermerà che i racconti del macabro di Nathaniel Hawthorne, come Young Goodman Brown e TheMinister's Black Veil, sono certamente più di buon gusto di Dracula. Non è vero. Ci mostrano ugualmente degli incidenti d'auto; i cadaveri sono stati rimossi ma possiamo ancora vedere le lamiere contorte e osservare il sangue sulle imbottiture.

Sotto alcuni aspetti la delicatezza, la mancanza di tinte drammatiche, il tono sommesso e studiato di razionalità che pervade un racconto come The Minister's Black Veil è anche più terribile delle mostruosità di Lovecraft o dell'auto-da-fé del Pozzo e il pendolo di Poe.

La verità (e la maggior parte di noi lo sa, in cuor suo) è che sono pochissimi quelli che possono astenersi dallo sbirciare, con un senso di disagio, i rottami illuminati dai riflettori e attorniati da macchine della polizia che appaiono all'improvviso sull'autostrada, dal buio. Il mattino seguente, persone anziane afferrano il giornale e si affrettano a consultare gli annunci mortuari per vedere a chi sono sopravvissuti. Capita a tutti di rimanere impietriti, per un attimo, nel sentire che è morto Tizio o che è morto Caio. Proviamo terrore misto a una strana sorta di giubilo nel sentire, alla radio, che in un piccolo aeroporto, durante un tremendo acquazzone, una donna è andata a cacciarsi tra le pale di un'elica in movimento, o che in un gigantesco miscelatore industriale un operaio è rimasto vaporizzato sull'istante perché un suo compagno di lavoro era inciampato, finendo sopra i comandi. Inutile negare ciò che è ovvio: la vita èpiena di orrori piccoli e grandi, ma poiché sono i piccoli quelli chesiamo in grado di comprendere, sono loro che vanno a segno con tutta la forza della mortalità. Il nostro interesse per questi orrori tascabili è innegabile, ma lo è anche la nostra ripugnanza. Le due cose si mescolano penosamente, e il risultato è la colpa... un senso di colpa forse non molto diverso da quello che un tempo accompagnava il rapporto sessuale.

Non tocca a me dirvi di non sentirvi in colpa, proprio come non tocca a me giustificare i miei romanzi o i racconti che leggerete qui. Ma esiste un interessante parallelo tra il sesso e la paura. A mano a mano che diventiamo capaci di avere rapporti sessuali, il nostro interesse per quei rapporti si desta; e l'interesse, a meno che non sia deviato in qualche modo, tende naturalmente verso l'accoppiamento e la continuazione della specie. Via via che diveniamo consapevoli della nostra inevitabile scomparsa, diveniamo consapevoli della paura. E penso che, come l'accoppiamento tende all'autoconservazione, così la paura tende alla comprensione della scomparsa finale.

(...) La paura è lo stato d'animo che ci acceca. Di quante cose abbiamo paura? Abbiamo paura di spegnere la luce con le mani bagnate.

Abbiamo paura di conficcare un coltello nel tostapane per tirar fuori la fetta rimasta incastrata senza staccare prima la spina.

Abbiamo paura di quello che può dirci il medico quando la visita è finita; o quando l'aereo precipita improvvisamente in un vuoto d'aria.

Abbiamo paura che il petrolio possa esaurirsi, che possa esaurirsi l'aria buona, che possa finire il nostro benessere, o l'acqua. 

Il bimbo è un essere senza paura soltanto fino alla prima volta che la mamma non è là per ficcargli il capezzolo in bocca appena lui piange. Il pargoletto scopre ben presto le penose e brusche verità della porta che sbatte, del fornello che scotta, della febbre che sale quando ha l'influenza o il morbillo. I bambini imparano in fretta la paura; la leggono sulla faccia del padre o della madre quando il genitore entra nel bagno e li sorprende con in mano la boccetta di pillole o il rasoio.

Captiamo la forma. I bambini l'afferrano facilmente, la dimenticano, tornano a impararla da adulti. La forma è là, e tutti arriviamo presto o tardi a comprendere che cosa è: è la forma di un cadavere sotto un lenzuolo. Tutte le nostre paure assommano a una sola, grande paura, fanno tutte parte di quell'unica paura: un braccio, una gamba, un dito, un orecchio. Abbiamo paura del cadavere sotto il lenzuolo. È il nostro cadavere. E il grande significato della narrativa dell'orrore, in tutte le epoche, è che essa serve da prova generale per la nostra morte. È un campo che non ha mai goduto di molta considerazione; per lungo tempo, i soli amici di Poe e di Lovecraft sono stati i francesi, iquali bene o male sono venuti a un accordo con il sesso e con la morte, accordo per il quale i compatrioti di Poe e di Lovecraft non avevano tempo da perdere. Gli americani erano occupatissimi a costruire ferrovie, e Poe e Lovecraft morirono in miseria. 

(...) Le opere di Edward Albee, di Steinbeck, di Camus, di Faulkner, trattano di paura e di morte, talvolta con orrore; ma in genere questi scrittori della corrente principale lo fanno in modo più normale, più realistico. Il loro lavoro si colloca entro la cornice del mondo razionale: sono storie che «possono accadere». Viaggiano lungo quella linea sotterranea che corre attraverso il mondo esterno. Ci sono altri autori (James Joyce, di nuovo Faulkner, poeti come T.S. Eliot, Sylvia Plath, Anne Sexton) la cui opera si colloca nella terra dell'inconsapevolezza simbolica. Viaggiano sulla sotterranea che corre attraverso il paesaggio interno. Ma chi scrive racconti dell'orrore, quando coglie nel segno, è quasi sempre al terminal dove le due linee fanno capo. E, quando ci dà il meglio di sé, abbiamo spesso la strana sensazione di non essere né addormentati né svegli. Il tempo si altera e si deforma, udiamo voci ma non riusciamo a distinguere le parole, il sogno sembra reale e la realtà è simile a un sogno.

È un terminal strano e meraviglioso. La Casa sulla collina è là, in quel punto dove i treni corrono in entrambi i sensi di marcia; e c'è la donna, nella stanza con la tappezzeria gialla, intenta a strisciare sul pavimento con la testa premuta contro la striscia leggermente unta che corre lungo la parete; c'è la modella di Pickman; c'è Norman Bates e la sua terribile madre. Né sogno né risveglio in questo terminal: soltanto la voce dell'autore, bassa e razionale, che parla del modo in cui il solido tessuto delle cose comincia talvolta a sfilacciarsi con inaspettata subitaneità. Vi dice che volete vedere l'incidente di macchina, e sì, ha ragione: lo volete. C'è la voce di un morto al telefono... c'è qualcosa, dietro le pareti della vecchia casa, che dal rumore sembra più grosso di un topo... vengono strani rumori dal fondo delle scale della cantina. Vuol farvi vedere tutto questo, e non basta; vuole che mettiate le mani sulla forma nascosta dal lenzuolo. E voi volete toccare quella forma. Sì, certo.

Fa tutto questo, secondo me, un racconto dell'orrore, ma sono fermamente convinto che debba fare anche un'altra cosa che è al disopra di tutte: deve narrare una favola che tenga il lettore o l'ascoltatore affascinato, almeno per un poco, perduto in un mondo che mai fu, mai potrebbe essere. Per tutta la mia vita di scrittore ho sempre sostenuto che, nella narrativa, la storia domini qualsiasi altro aspetto dell'arte dello scrivere; caratterizzazione, tema, atmosfera, nessuna di queste cose ha importanza se la storia è noiosa. Se invece la storia vi prende, tutto il resto può essere perdonato. La mia citazione preferita viene, in tal senso, dalla penna di Edgar Rice Burroughs, non certo un candidato al titolo di Grande Scrittore Mondiale, ma uno che comprendeva a fondo l'importanza della storia. A pagina uno di The Land That Time Forgot, il narratore trova un manoscritto in una bottiglia; il resto del romanzo è la presentazione di quel manoscritto. Il narratore dice: «Leggi una sola pagina, e io sarò dimenticato». È un impegno che Burroughs mantiene: molti scrittori con più talento di lui non ci riescono.

Per finire, gentile lettore, ecco una verità che fa digrignare i denti anche al più forte degli autori: fatta eccezione di tre piccoli gruppi, nessuno legge la prefazione. Le eccezioni sono: i parenti più stretti dell'autore (in genere la moglie e la madre); chi rappresenta l'autore (l'editore, il personale di redazione e via dicendo), il cui principale interesse è di scoprire se l'autore, nel corso delle sue divagazioni, non abbia per caso diffamato qualcuno; e infine coloro che, in qualche modo, hanno dato una mano all'autore. A loro interessa sapere se per caso non gli abbiano fatto una testa così, al punto da fargli dimenticare che non è tutta farina del suo sacco.

Altri lettori sentono, ed è perfettamente giustificabile, che la prefazione dell'autore è una volgare imposizione, una forma di pubblicità che egli fa a se stesso. Quasi tutti vogliono assistere allo spettacolo, e non guardare il direttore di scena che viene a fare inchini alla ribalta. Ripeto: è più che giusto. Allora vi lascio. Lo spettacolo sta per cominciare. Stiamo per entrare nella stanza e toccare la forma sotto il lenzuolo.

(...)

Qui è ancora più buio e piove. È la serata ideale. C'è qualcosa che voglio mostrarvi, qualcosa che voglio farvi toccare. È in una stanza non lontano da qui: anzi, vicinissima, quasi quanto la pagina successiva.

Vogliamo andare?"

Per il momento vi lascio con questa piccola gemma e nella prossima puntata spero possiate arrivare con qualche dubbio e qualche riflessione anomala. Sono consapevole di non aver detto tanto, ma l’horror e fatto di storie e ritengo che per capirlo ci sia la necessità di fare parlare il genere da solo; bisogna far parlare le storie, è un compito arduo e spero con il tempo di riuscirci, voi fate solo attenzione a non sporgevi troppo fuori dal letto durante le ore notturne, non si sa mai.