Americana #6 - "Il miglior libro del 2013"

30 Marzo 2013

americ6aIn questo periodo sulla bocca di tutti i lettori americani c’è solo un nome - George Saunders. Non si tratta nemmeno di uno scrittore nuovo: il suo primo romanzo risale al 1996! Eppure in questi anni la sua reputazione è andata via via crescendo, e con questa anche l’affilatezza della sua penna e il suo seguito presso i lettori.

 Il suo nome è apparso realmente sul radar del dibattito statunitense solo nel 2007 con la raccolta di saggi “The Braindead Megaphone”, che trovate a 3 Euro in formato elettronico originale, ma anche su carta col titolo “Il megafono spento. Cronache da un mondo troppo rumoroso“, edito dalla sempre attenta e curata Minimum Fax. Già nel 1999 però il New Yorker lo aveva incluso nella lista dei 20 autori sotto i 40 anni da tenere d’occhio nel ventunesimo secolo.

Eccoli nella fotografia di Chris Callis, da sinistra a destra: Junot Diaz, Rick Moody, Edwidge Danticat, David Foster Wallace, il nostro George Saunders e Jeffrey Eugenides.

Poi quest’anno c’è stato il botto. A gennaio è uscita la sua ultima raccolta di racconti, dal titolo “Tenth of December”, e il New York Times Magazine lo ha proclamato “il libro migliore che leggerete quest’anno”. Era il 3 gennaio 2013. Ora. Ammetto di essere stata un tantino scettica e di essermi detta: “Non esageriamo, l’anno è appena iniziato!”. Poi l’ho letto.

LA NARRATIVA

 La prima cosa che colpisce nei racconti di George Saunders è la musica del linguaggio: il suo suono, il ritmo, la sua vitalità. La primissima storia immerge nel giro di poche pagine nella mente e nell’esperienza di tre personaggi completamente diversi l’uno dall’altro: una ragazzina, il suo vicino di casa e… beh, diciamo un malintenzionato, in modo da rimanere sul vago. La sensazione è esattamente come avere la manopola dell’audio e ascoltare ad alta voce dall’interno il flusso di pensieri dei protagonisti, con i loro specifici contenuti, ma anche con le loro cadenze, la loro forma, i loro slang… Insomma, voi lo leggete e siete lì, nella loro testa. Il mondo accade e voi lo vedete accadere da dentro, nell’esperienza di tutti e tre, in una girandola che in mano a un altro autore avrebbe fatto girare la testa, ma che in mano a Saunders è inebriante, emozionante e così ben scritta da tenervi saldi, inghiottiti nella storia fin dalla prima riga. Ogni racconto è molto diverso dal precedente per temi, personaggi, ambientazioni, lunghezza, stile. Saunders è un camaleonte preciso e potente. Le sue storie prendono vita nei dettagli, e il lettore si immerge ogni volta completamente in un fluire narrativo che arriva genuino, autentico e spontaneo, nonostante sia il frutto di grande cesellatura e disciplina stilistica. I suoi scritti parlano fondamentalmente dei rapporti umani nella cultura contemporanea, sia quando le storie si svolgono in un futuro distopico, sia quando raccontano della realtà quotidiana nei sobborghi, qualunque sia l’età dei protagonisti o la loro storia di vita. L’amalgama tra una visione lucida e senza veli della sofferenza umana e della sua alienazione da una parte, e di un senso dell’umorismo vivace e brillante dall’altra gli è valsa spesso il paragone con uno dei suoi autori culto, Kurt Vonnegut. Come il suo maestro, anche Saunders sa creare immediatamente una connessione intima con il lettore e con i suoi personaggi, e mostra grande rispetto per le pieghe più leggere e per quelle più oscure del dolore umano.

 Divertente e terribilmente triste: ecco come descriverei la sua narrativa in sintesi. Divertente e terribilmente triste. Contemporaneamente.

LE RACCOLTE DI SAGGI

E per quanto riguarda i contributi di non fiction?

Personalmente ho letto “Il megafono spento” ed è stata una delle letture più esilaranti e acute che abbia fatto negli ultimi tempi. Raccoglie contributi di saggistica da lui scritti tra il 1998 e il 2007 e contiene interventi sul dibattito politico, sull’immigrazione, pezzi umoristici, riflessioni sulla scrittura, reportage di viaggio, omaggi ai suoi scrittori preferiti, … Ciò che più mi ha colpito è la sua capacità di raccontare il mondo attraverso storie: non solo metafore, ma anche flash immediati ed evocativi che sanno di vero e raccontano di che cosa vuol dire stare al mondo in questo tempo.

Come sempre accade nelle raccolte, non tutto è parso ai miei occhi ugualmente convincente. In particolare ci sono un paio di capitoli che mi hanno molto deluso, ma complessivamente trovo che riesca molto bene a mantenere una lucidità coinvolta e solida in quel difficile equilibrismo tra sensibilità morale e moralismo. E poi riderete, e molto, perché la realtà è assurda e bisogna saperla prendere con auto-ironia. Se c’è qualcosa che Saunders sa fare è proprio questo: se lo seguite, saprà farvi ridere e soffrire, un po’ come la vita che racconta.

Una sola nota amara, ché altrimenti ci si annoia.

Peccato per l’adattamento del titolo, che da “The braindead megaphone”, ovvero il megafono a cervello spento (o a encefalogramma piatto, se preferite), è diventato “Il megafono spento”; ma non si può avere tutto nella vita, e sono troppo grata a Minimum fax per volergliene. Ora attendiamo con fiducia Tenth of December, sperando che non ci tocchi attendere fino al 10 dicembre… E nel frattempo per abbattere i tempi di attesa, invece della tradizionale carrellata di citazioni, vi lascio con un piccolo assaggio: il primo racconto di Tenth od December, dal titolo “Victory lap”, letto dall’autore stesso per una platea del corso di scrittura della Richmond University: