Carta&Pellicola "Speciale Cile"

16 Aprile 2013

postino

 

 

Nostalgia e Malinconia.

Due sentimenti antichi, che affondano le radici in un passato atavico e che hanno caratterizzato le due facce della storia di Mario Jimenèz, il postino di Neruda, che ha incantato i lettori di Antonio Skàrmeta e commosso gli spettatori di Massimo Troisi.

 

 

 

 

 

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Nostalgia e Malinconia.

Due sentimenti antichi, che affondano le radici in un passato atavico e che hanno caratterizzato le due facce della storia di Mario Jimenèz, il postino di Neruda, che ha incantato i lettori di Antonio Skàrmeta e commosso gli spettatori di Massimo Troisi.

In questo appuntamento di Carta&Pellicola, che si inserisce nel nostro “Speciale Cile”, confronteremo quindi “Il postino di Neruda” di Antonio Skarmèta, edito da Einaudi, e “Il postino” diretto da Michael Radford ed interpretato da un indimenticabile Massimo Troisi.

In realtà, nonostante una serie di articoli o post di approfondimento che si possono reperire online, le differenze tra le due versioni sono praticamente inesistenti, se non fosse per il finale e quel sentimento che, visione del film e lettura del romanzo, lasciano in eredità al lettore e allo spettatore.

Si fa fatica, infatti, a separare l’immagine del postino Mario con quella di Troisi e questo non avviene perché la visione del film ha condizionato la lettura o viceversa, ma per il semplice fatto che la gestualità, lo sguardo e dialettica di quel figlio di pescatori, nato in una lingua di terra ai confini del mondo, sono quelli di quel Massimo Troisi che abbiamo imparato a conoscere negli anni.

Troisi quindi si sarà forse riconosciuto in quell’uomo che si sfregava le guance mentre pensava, che si impietriva al cospetto della bellezza della sua Beatriz e che con sguardo attento andava in cerca di quelle “metafore” delle quali parla il suo poeta.

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Troisi, che morirà 12 ore dopo la fine delle riprese, avrà forse visto nel nostalgico racconto di Skàrmeta quello scintillio e quella vita che lo stavano abbandonando.

Il racconto di Skàrmeta, infatti, è un inno alla suo terra, al suo Cile, che solo oggi, a distanza di 40 anni, è forse riuscita a metabolizzare la ferita che l’assassinio di Salvator Allende e il golpe di Pinochet hanno inciso nella memoria dei suoi abitanti.

Skàrmeta sceglie quindi di cantare la sua terra attraverso le parole del suo Vate, il suo figlio più illustre, che viene accostato ed avvicinato alla spiazzante ingenuità e all’atavica saggezza dei suoi abitanti.

Il finale di Skàrmeta, quindi, non può che essere un finale nostalgico. E’ un finale amaro, aperto, dove regna un alone di non detto e la nostalgia di tempi che non torneranno più. E’ l’unica conclusione che un figlio del Cile, ormai lontano dalla sua terra d’origine, può utilizzare per concludere il suo nostalgico e disperato canto.

La conclusione del film, invece, lascia allo spettatore un altro sentimento.

La nostalgia di Skàrmeta, infatti, diventa malinconia, la stessa che ritroviamo negli occhi di Troisi, nei suoi ultimi gesti e in quelle ultime parole e strazianti parole che Mario consegna al suo poeta.

La grande epopea della storia cilena quindi viene qui utilizzata come metafora della vita stessa, che si muove fra delusioni, apparenti atti rivoluzionari, gioie incontenibili e un dolore paralizzante.

Una vita che si fa fatica a lasciare andare e che forse solo una leggere e delicata metafora riesce ad addolcire.

 

 

a cura di Diana