Time - HorrorVille #7

29 Luglio 2013

horrorville-215x175La vedo. Una grande stanza. Grandi e opache tende ottocentesche sono chiuse e lottano con la luce esterna, non le permettono di entrare, sono gelose del loro ambiente. Stesso ambiente che è adornato da un camino, che a guardarlo sembra la bocca di qualche creatura perennemente affamata dalla gola profonda, nera.

 

Noto anche un vecchio orologio a pendolo che deve aver smesso di funzionare da tempo e un tavolo pieno di polvere sopra il quale è poggiato un vecchio libro. La curiosità è troppa. Mi avvicino, prendo il libro e soffio. Una nube di polvere si imbizzarrisce e sulla superficie del volume leggo un nome e un titolo: EDGAR ALLAN POE: Racconti del Terrore.

Non sono sorpreso. Mi immagino la scena. Non so a quanto tempo prima associarla, ma la mia testa vede un uomo in tenuta piuttosto dignitosa che siede a quel tavolo e alla luce di diverse candele sfoglia il volume di Poe. L’orologio scandisce i minuti, le ore, il tempo. Ogni ticchettio accompagna una pagina diversa. Penso alle emozioni che prova quell’uomo. Mi chiedo quali siano le sue paure.

In risposta cambia posizione.

Passo il dito sopra la P, cerco di levare la polvere rimasta. La scritta acquisisce una brillantezza opaca, vissuta. Mi stringo il libro al petto e con una mano sposto la sedia dal tavolo. Mi siedo, apro il libro sulle mie gambe e leggo: “Il cuore rivelato”. Quanto amo quel racconto, una rilettura non potrebbe fare male. Mi immergo.

La solita voce esterna ci racconta di una persona sana di mente, una persona che nonostante la sua stabilità ha fatto un gesto estremo: ha ucciso un suo pari. Poi mi lascio cullare dalla parte che preferisco. Essa è relativa ad ansie, paura, turbe e rimpianti. Il personaggio subisce un cambiamento radicale. E io non mi accorgo del rumore del pendolo. Cambio posizione.

Ultime dieci righe, vedo il signorotto slacciarsi il colletto della veste. La serata è calda.

Ultime dieci righe, non vedo più niente. Devo aprire quelle diavolo di tende.

Mi alzo e le scosto. Una faccia mi sorride oltre vetro. Vedo capelli corvini, occhiaie profonde e baffi neri che fanno da contorno ad una bocca distorta. Non faccio in tempo a scorgere altri particolari. Richiudo la tenda, impreco contro me stesso, lancio il libro sul tavolo ed esco da questa strana situazione.1081130 10200991721546791 1580117414 n

Oramai ci sono abituato. Sono anni che convivo con diverse entità. Quelle non mi spaventano, vogliono solo comunicare qualcosa. La cosa che mi lascia a disagio è quel ticchettio. Il tempo.

Sarà poi vero che tutti questi autori perdono il confronto con esso? Poe, Lovecraft, Henry James e i suoi fantasmi uccisi dal tempo. Non può essere vero, ma non è neanche del tutto falso.

Prendiamo in analisi due secoli ben precisi: XIX e XX.

Nel diciannovesimo gli ambienti, le situazioni erano più radicate verso una semplicità quotidiana, che consisteva in valori che l’uomo ha da sempre avuto. Riferimenti a paure, ansie e avvenimenti particolari che erano supportati da una conoscenza scientifica ancora troppo debole.

E nel ventesimo?

Cambia ben poco. Forse le differenze più lampanti sono due:

1- La creazione di mostri ben definiti che fanno ormai parte della cultura popolare (penso anche all’effetto del cinema che ha sicuramente aiutato la letteratura di genere)

2- Le nuove risorse scoperte hanno permesso di spaziare in nuovi campi e nuove paure (basti pensare alla paura di guidare la macchina, la paura di un’operazione).

Può anche capitare, giustamente che un racconto/romanzo non susciti niente (mi è successo con Matheson che è un contemporaneo). Cosa fare a quel punto?

Alzatevi e spostate la tenda. Non dovete distogliere lo sguardo. Continuate a fissare quel cazzo di vetro e fate in modo di non trovare una chiave di lettura. Potreste non essere pronti a quello che potrebbe sorridervi.