James Baldwin -Americana #11

27 Febbraio 2014

americana11Ci sono autori che sentiamo citare molte e molte volte, magari per anni, ma il turno dei loro libri tarda ad arrivare, e si perdono in coda, dopo nuove urgenze che premono per avere la precedenza. Poi, come se niente fosse, scatta la scintilla, e si passa il resto del tempo a chiedersi perché diavolo non ci si era decisi prima a leggere quel romanzo o quell’autore. Così è successo a me nel caso di James Baldwin (2.08.19241.12.1987), pupillo nientemeno che di Richard Wright, autore tra i più amati e celebrati del panorama americano, ben oltre i confini della più stretta cerchia delle voci afro-americane di cui faceva parte.

Queste cose le sapevo da anni, ma è stato John Irving a fungere da svolta per me: i protagonisti di “In una sola persona” infatti lo leggevano e citavano, e io semplicemente non sono più riuscita a resistere. (Se volete saperne di più, c'è un podcast di discussione su "In una sola persona" a cura di Tania e Zumbooks cliccando QUI)

La gente è troppo varia per essere trattata con leggerezza. Io sono troppo vario perché ci si possa fidare di me. Se non fosse così, stanotte non sarei solo in questa casa. Hella non sarebbe in alto mare. E Giovanni non sarebbe sul punto di morire, in un qualsiasi momento fra stanotte e domattina, sulla ghigliottina”.

Vi sfido. Vi sfido a leggere queste poche righe della seconda pagina di La stanza di Giovanni e riuscire a fermarvi. Sì, perché personalmente sono entrata nel mondo di Baldwin attraverso questo brevissimo romanzo pubblicato nel ’56 e che ha tutta la dirompenza e l’attualità di un romanzo scritto ieri.

Ma di che parla il libro? In parte forse lo avete intuito dal breve stralcio che ho citato. Vi lascio solo la cornice in cui prende forma quel paragrafo: David, il protagonista, narra in prima persona la sua storia e in particolare il suo rapporto affettivo da una parte con la giovane Hella, come lui un’americana che vive a Parigi, e dall’altra con l’italiano Giovanni, entrambi perdutamente innamorati di lui. Tutto qui.

Un triangolo sentimentale quindi? Una storia su che cosa vuol dire essere gay? Non proprio, perché come ebbe a specificare lo stesso Baldwin in un’intervista rilasciata a Richard Goldstein del 1984, "’La stanza di Giovanni’ non è veramente sull'omosessualità [...] È su che cosa succede se hai paura di amare un'altra persona". Tutto qui, appunto.

Il fatto che sia questo il cuore del romanzo è uno dei motivi per cui, pur toccando un tema rispetto al quale il tempo ha apparentemente permesso un’evoluzione culturale significativa, questo libro ha ancora molto da dire a tutti noi, indipendentemente dall’orientamento del nostro desiderio. E ciò avviene non perché l’omosessualità diventi metafora di altro – in verità ha diritto di essere ciò che è senza servire all’uso e consumo dell’eteronormatività – ma perché il vero tema nodale del romanzo è appunto la consapevolezza e la percezione pervasiva e assoluta di sentirsi altro, diversi dal tutto, quell’esperienza che ci scuote e ci attraversa quando si spalanca la possibilità di essere se stessi con un’altra persona. Perché la stanza di Giovanni è proprio questo: un’eccezione, una parentesi fuori dalla realtà, che raccoglie i detriti del mondo esterno, ciò che viene abbandonato, buttato, trascurato, rifiutato dal mondo, e che può essere ciò che è solo in quel perimetro. I protagonisti sono stranieri ovunque, figli di una cultura in cui si riconoscono e di cui hanno assimilato tutto, compresi i principi in base ai quali ne sono espulsi e rifiutati, relegati ai margini dove, sì, può prendere vita un’autentica dimensione di realizzazione personale, spirituale e fisica di relazione, ma solo al prezzo di alienare se stessi in una lacerazione senza soluzione.

Pochi libri come “La stanza di Giovanni” sanno raccontare di questa alienazione e al contempo della connessione elettrica radicalmente umana che si può creare nell’incontro fisico, spirituale e viscerale tra due persone. Baldwin ci riesce, ma fa molto di più: è in grado di far scorrere quella corrente impalpabile nelle pagine fino a raggiungere il lettore con un’onda sottile che è quella stessa onda fatta di carne e invisibile che nasce tra chi si incontra e si riconosce, diventando a precipizio, inesorabilmente, quell’unica sensazione – l’unica che la loro stessa identità rinnega per loro:

Chiuse a chiave la porta dietro di noi e poi, per un momento, nell'oscurità, semplicemente ci fissammo, con sgomento, con sollievo e col respiro affannoso. Stavo tremando. Pensai: se non apro subito la porta ed esco da qui sono perduto. Ma sapevo che non sarei riuscito ad aprire la porta, sapevo che era troppo tardi; presto sarebbe stato troppo tardi per fare qualsiasi cosa se non gemere. Mi attirò a sé, mettendosi nelle mie braccia come se volesse darsi a me affinché lo prendessi in braccio, e lentamente mi trascinò con sé su quel letto. Ogni singola parte di me urlava no!, ma la totalità sospirò sì”.

Che cosa significa essere liberi? È possibile scegliere ed essere realmente sinceri? Si può realizzare se stessi se il solo modo per farlo è rinnegare se stessi? Ed è possibile essere onesti e al contempo innocenti? O l’innocenza è una forma di vigliaccheria attraverso la quale preservare i propri privilegi anche a costo di sacrificare il privilegio più grande, quello dell’amore?

Se avete il coraggio di chiedervelo, “La stanza di Giovanni” è il libro che fa per voi.