Il ministero della bellezza_Parte2

Una (bellissima) intervista a Marco Lazzarotto

22 Luglio 2015

Riprendiamo le fila dell'intervista a Marco Lazzarotto, nato a Torino nel 1979, è un insegnante, un editor, un redattore ma, soprattutto, uno scrittore.
Oggi l’abbiamo incontrato per chiacchierare del suo libro Il ministero della bellezzaedito da Indiana: in un’Italia che diventa una callistocrazia, una Repubblica fondata sulla bellezza, seguiremo le avventure di Matteo Labrozzo che, non essendo tra i più belli, si trova a doversi confrontare con la sua vita che sta cambiando radicalmente. 

«Scrivo per passare il tempo, niente di più», dice Matteo a Luisa durante una delle loro prime conversazioni.
«Deve capire che per me scrivere è la cosa più importante di tutte», dice invece ad Enza, qualche anno dopo.
Scrivi per passare il tempo, o per te scrivere è tutto?
Dire che «scrivere è tutto» mi spaventa un po’, però ammetto che sia un pilastro importante, nella mia vita, una specie di spina dorsale. Non posso negarlo: lavoro su e con i libri, la mia casa è piena di libri… Ma la cosa più complicata è il mio rapporto con la realtà, perché ho costantemente uno sguardo che mi porta a chiedermi: «Ma questo potrei raccontarlo?» È come una malattia, una psicosi: tutto quello che vedo, potrebbe finire nel mio libro, dopo essere stato stravolto completamente. Uno degli esercizi che consiglio sempre è fare elenchi in continuazione di tutto ciò che colpisce la nostra attenzione, per creare un bacino di «cose da dire» a cui attingere quando scriviamo; grandi scrittori come Sandro Veronesi o Ian McEwan sanno riportare sulla pagina una talequantità di dettagli su comportamenti umani, tic, atteggiamenti ecc. che ti chiedi come sia possibile immagazzinare una simile quantità di dati e con una simile precisione. È straordinario, rivela un’attenzione alle persone e all’ambiente pazzesca – forse è un talento, un dono. Ma credo anche che sia una qualità che si può allenare.
 
Matteo si definisce un «autore isterico», puoi dire lo stesso di te?
No, anzi, mi fido molto di editori ed editor. Però è anche una mia debolezza: nel momento in cui consegno un manoscritto, non lo reputo mai definitivo, ho spesso paura che quello che volevo dire non fosse stato comunicato bene… Io voglio lavorare con l’editor! Deve portarmi a trovare la strada giusta. Il ministero della Bellezza originariamente aveva cinquanta cartelle in più: ho avuto molte difficoltà all’inizio a far partire la storia, a ricrearne il contesto ucronico; e poi c’erano molti riferimenti all’attualità, in particolare alla diffusa bruttezza della nostra classe politica… Poi, con l’editore ci siamo detti che i lettori ne avevano le scatole piene di certi personaggi e abbiamo rimosso tutti accenni alla realtà. E ha funzionato! Perché a pensarci bene, se vogliamo vedere il libro come una satira dell’Italia contemporanea, be’ Il ministero della Bellezza è applicabile a tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi… cinque? dieci anni?
 
Per colpa della callistocrazia, Matteo è costretto ad autopubblicarsi il libro ed è lui stesso a dire «Stamperò a mie spese il libro, lo porterò io nelle librerie e farò un tour promozionale per tutto il paese. Sarò un romanziere indie»
Sei uno scrittore indie? O vorresti esserlo?
Ultimamente stanno proliferando numerose piattaforme per l’autopubblicazione, ma anche case editrici equivoche che chiedono contributi onerosi per realizzare un libro che alla fine, inutile negarlo, devi piazzare tu. Nel caso di Matteo, è una cosa diversa: ci lavora lui stesso, se lo stampa da solo, lo distribuisce; io sono partito da un libro, American indie di Michael Azerrad (2010, Arcana editore; traduzione di Carlo Bordone), che compone una storia della musica underground americana attraverso dieci gruppi storici degli anni Ottanta, prima del boom dei Nirvana. Si tratta di band come Fugazi, Black Flag, Minutemen, che non sono mai diventate star internazionali multimiliardarie, ma hanno comunque scritto la storia della musica, perché in tanti nei decenni successivi si sono rifatti a loro. Perlopiù si trattava di ragazzi provenienti da sobborghi anonimi e degradati, che in alcuni casi rubavano gli strumenti, e poi formavano la loro band, suonavano e registravano i loro pezzi in garage… Si impacchettavano i vinili e incollavano le custodie, giravano il Paese su furgoni scassati per suonare, distribuire i propri dischi, farsi conoscere, e purtroppo qualcuno ci ha pure lasciato la pelle. Ma l’idea di base era grandiosa: a loro non piaceva il panorama della musica statunitense, non gli piacevano le grandi case discografiche, e così si creavano una loro scena, un loro mondo. E ha funzionato. Matteo Labrozzo è un appassionato di musica, cita sempre i Wooden Cunt, un complesso fittizio che aveva un approccio indipendente alla musica e che lui cerca di imitare con il proprio libro. Il che è molto diverso dal pagare un fantomatico editore per farsi pubblicare.
 
«Le idee mi venivano una dietro l’altra, anzi, erano loro a guidarmi, come nei momenti migliori della scrittura, quando le parole si muovono al di là della scaletta che uno ha stabilito»
Come funziona per te? Hai una scaletta ben fissa in mente, o ti fai guidare dal volere dei tuoi personaggi?
(Fate attenzione, la risposta vi rivelerà alcuni dettagli del libro)

Una via di mezzo. Quando scrivo mi pongo sempre una meta, un punto di arrivo del personaggio (che magari in corso d’opera può cambiare): nel Ministero della bellezza Matteo Labrozzo, uno che considera la scrittura la cosa più importante, alla fine smette di scrivere. Il finale non è piaciuto a tutti. Però contiene un barlume di speranza, perché d’altra parte il Ministero è raccontato in prima persona proprio da Matteo Labrozzo, dunque l’ha scritto lui, il che significa che a un certo punto – probabilmente anni dopo gli eventi narrati – Matteo si è rimesso a scrivere, forse aveva smesso perché non aveva la storia giusta e finalmente l’ha trovata: la sua.
 
Nell’epilogo, il narratore cambia, e Matteo viene definito come l’uomo senza nome, per poi riacquistarlo qualche pagina dopo, quando torna ad essere il narratore. 
Attenzione perché questa risposta contiene molte rivelazioni sul finale. Mi rendo conto che si tratta di una risposta quasi «esoterica», ma spero che chi ha già letto il romanzo capisca, anzi, ne ricavi un livello di lettura in più.
Nel finale Matteo rifiuta la sua identità per due motivi. Primo, perché il suo romanzo mai finito, La trasmissione del dolore, è diventato un best seller di polistirolo, ha addirittura trionfato al principale premio letterario nazionale, e non ne può più di vedere il suo nome ovunque. Il che ci porta al secondo motivo: che, scegliendo di far uscire il libro in polistirolo con il suo nome proprio per liberarsene, per non doverci più pensare, Matteo involontariamente è diventato complice della callistocrazia. Per un suo vantaggio personale ha inguaiato tutta la società. È venuto meno alle proprie responsabilità.
  
Sia in Il ministero della bellezza che nel tuo primo libro, Le mie cose, hai dato vita a mondi alternativi: in entrambi è presente il disegnare universi paralleli. Come mai queste realtà alternative? Le desideri, ne avresti bisogno o le senti ormai vicine?
Mi viene naturale disegnare universi paralleli. Mi diverte. Ma c’è un forte legame con la realtà, ovviamente. Tutto scaturisce dal meccanismo del «Pensa se…» È successo in particolare con Le mie cose. Per dirne una, mi trovavo in un ingorgo e ho detto: «Pensa se non avesse né inizio né fine, se fosse impossibile da sbrogliare e l’unica soluzione fosse tirarci fuori con gli elicotteri». E così è nata una delle scene più amate del libro. Ma rimango convinto che l’esagerazione, il paradosso, la parodia… siano strumenti che ci permettono di restituire la realtà in modo più autentico e sincero del cosiddetto «realismo».
 
Salutaci con la citazione preferita del tuo libro preferito.
Da Rumore bianco di Don DeLillo (traduzione di Mario Biondi): «Possano i giorni essere senza meta. Le stagioni scorrano. Non si prosegua l’azione secondo un piano».
Ciao Adele e grazie per la bella intervista!
 
Grazie mille a Marco, che ci ha condotti alla scoperta di dettagli nascosti del suo libro, facendocelo capire meglio, e facendolo piacere ancora di più.