Io & Mabel

ovvero l'arte della falconeria, Helen MacDonald

23 Maggio 2016

Sentii parlare di questa non-fiction, insignita del Samuel Johnson Prize e del Costa Book Award, quando ancora non si sapeva se sarebbe mai arrivata in Italia.
Dato che la speranza è l'ultima a morire, augurandomi di non dovere mettere alla prova il mio inglese, attesi; le raccomandazioni sullo stile, definito poetico e luminoso dai lettori, avevano suscitato in me grandi aspettative... che non sono state deluse!
Helen MacDonald, insegnante e storica di Cambridge, parla in prima persona del lutto seguito alla morte dell'amato padre e di come, per proseguire, decida di intraprendere l'addestramento di un astore: Mabel.
Non viene fatta retorica nemmeno in retrospettiva, ma è attraverso le percezioni dell'autrice che il senso di perdita viene chiaramente definito. Entrando in empatia con la donna, che descrive senza mai scivolare nell'autoindulgenza, se ne possono osservare tanto la profonda dignità e l'integrità morale, quanto le asperità del carattere: l'introversione, con tutta la solitudine che ne consegue, e la tendenza a idealizzare cose, eventi, persone. Pare che Helen si circondi di simboli per esorcizzare la realtà stessa, o ricavarne una seconda versione migliorata, evocabile solamente attraverso feticci: Mabel rischia di divenire a sua volta un simbolo, ovvero l'abbandono della civiltà in favore della selvatichezza.
Perché le colline di gesso mi fanno questo effetto: mi danno la sensazione inebriante di stare in punta di piedi sul ciglio di un'immensa rivelazione. Dopodiché mi sento in colpa. Nella cultura naturalista inglese scorre una vena sepolta di misticismo dei gessi e io so che ciò che provo ne fa parte. Mi sento in colpa perché sono cosciente che amare posti come questo implica il rifarsi a una storia legata alla purezza, alla continuità temporale e a un senso di profonda appartenenza di sangue, nonché basata sull'assunto che questi paesaggi solitari e battuti dal vento siano più belli e migliori di quelli sottostanti.
Fortunatamente, la sensibilità di Helen è più forte dell'idealismo, ed è così che l'autrice riesce comunque a cogliere la bellezza che la circonda, anche mentre rifugiandosi nel dolore si isola, addentrandosi nella crudezza della caccia e dell'inverno inglese, nella lontananza che ha posto fra sè e il mondo civilizzato, e fra la Helen del prima e quella nuova. Anche nel mezzo della desolazione, viene raggiunta dalla dolcezza: Per guarire dal mio dolore sconfinato avevo creduto di dovermi rifugiare nella natura selvaggia. (...) Me lo dicevano anche i libri che avevo letto: tantissimi di quei testi sulla natura erano stati ispirati dal lutto o dalla tristezza. (...) Ero furibonda con me stessa per aver irrazionalmente e ciecamente creduto che quella fosse la cura di cui avevo bisogno. Le mani umane sono fatte per tenere altre mani, non dovrebbero diventare esclusivamente posatoi per rapaci.
Nell'approcciarsi all'addestramento dell'astore Mabel, Helen impara a discostarsi dai manuali di falconeria che tanto l'avevano affascinata ed entusiasmata da bambina - tanto, da farne suoi i valori medievali ed elitiari - e che, successivamente, la influenzarono durante la sua esperienza come falconiera.
Di tutti i titoli tenuti in maggior considerazione, recupera proprio quello che le aveva da sempre ispirato profonda antipatia, poiché, troppo giovane quando lo aveva letto, non ne aveva mai davvero compreso il senso: The Goshawk di White, autore de La Spada nella Roccia.
Da qui in poi, le fasi del lutto dell'autrice vengono accompagnate da una nuova comprensione del testo di White, che ne racconta il doloroso fallimento come astoriere. La MacDonald ne ricava un rilettura matura, scevra della giovane supponenza, e ne rivaluta completamente i penosi tentativi come astoriere, che le avevano suscitato tanta rabbia in passato, inserendoli nel contesto delle complessità dell'uomo che le aveva vissute e delle sue esperienze più traumatiche.
Anche White, come la MacDonald, sperava di trovare nel suo astore una sorta di riqualificazione; nel suo caso, cercava di esorcizzare la propria natura repressa di omosessuale, e il timore nei confronti dell'autorità.
Quando Helen ritrova anche i diari del padre, allora sedicenne in tempi di guerra, si hanno tre indagini dell'infanzia: di White, di Helen e del padre di Helen. Ripercorrerle, apporta un nuovo senso di familiarità, di conoscenza.
Vorrei tanto che non combattessimo per dei paesaggi che ci ricordano chi crediamo di essere; vorrei invece che lo facessimo per dei paesaggi brulicanti e brillanti di vita infinitamente molteplice. E anch'io sono colpevole. Volevo sfuggire alla storia andando incontro all'astore. (...) Ma la mia fuga era sbagliata. Peggio. Era pericolosa. Devo lottare, sempre, contro l'oblio, penso.
Helen riesce, infine, a fare ritorno alla vita. Importanti in questo viaggio sono la memoria, legata alla compassione (come conoscenza di sè e del prossimo); gli affetti degli amici e dei parenti, i quali rispettano la sofferenza di Helen; Mabel, tanto piena di vita da impedire all'autrice di attribuirle significati arcaici, e di abbruttirsi perdendosi nei meandri della depressione.
L'astore insegna ad Helen che anche un rapace ama giocare, che i terremoti non possono demolire le nostre certezze, che non si può sfuggire alla propria natura in favore di una migliore, presa in prestito, costruita.
Lo stile del libro ne merita da solo la lettura: la conoscenza della MacDonald è eniclopedica, e le descrizioni sono ricche di informazioni: specie, varietà, nozioni storiche. Volendosi fermare a questo, si potrebbe pensare di non essere così liberio di dare spazio all'immaginazione, ma l'umanità dell'autrice si unisce alla sua passione per i dettagli, e ne scaturisce poesia, un quadro fiammingo.
Mi sono occorsi quasi due mesi per leggere Io & Mabel. E dovevo leggerlo soltanto di giorno, possibilmentre fra tarda mattina e primo pomeriggio. Perché mai tante cerimonie? Anzitutto, la forza (e del dolore e del riscatto) dentro queste pagine è tanta e, personalmente, necessitavo di assumerla in dosi. E poi mi occorreva la luce solare perché, a un certo punto, credo di essere entrata a mia volta nel rituale d'addestramento dell'astore!
In ogni caso, si è trattato di un'esperienza fantastica. So che, fra qualche anno, amerò riprendere Io & Mabel, per scoprire che non mi aveva ancora raccontato proprio tutto di sè.