Lettera a un bambino mai nato di Oriana Fallaci

Autore: Oriana Fallaci; Editore: BUR Biblioteca Universale Rizzoli; Data di pubblicazione: 1 gennaio 1997.

24 Giugno 2016

 " A chi non teme il dubbio, a chi si chiede i perchè senza stancarsi e a costo di soffrire e di morire. A chi si pone il dilemma di dare la vita o negarla, questo libro è dedicato da una donna per tutte le donne"
 
A dispetto dellla mia solita abitudine di recensire libri piuttosto recenti e contemporanei, vi propongo per la prima volta quello che qualcuno definirebbe un "classico", anche se non lo è. "Lettera a un bambino mai nato", più che un classico è una rivelazione, un libro che lascia a bocca aperta per la forza con cui sprigiona la verità, quella che a volte fa male e che a volte noi stessi ci ostiniamo a non volerci raccontare. 
Il libro, prese spunto da una richiesta dell'allora direttore dell'Europeo, il quale commissionò alla giornalista Fallaci, un'inchiesta sull'aborto. Le diede tempo quattro mesi dandole carta bianca sui contenuti. Anziché con l'inchiesta, dopo sei mesi la giornalista tornò con un fascio di fogli contenenti il libro. 

 In un monologo drammatico e a tratti sarcastico, la Fallaci racconta il travaglio di una donna davanti ad una gravidanza inaspettata. Parla al bambino che porta in grembo, dapprima con un voluto distacco e cinismo, poi con amorevolezza e serenità e chiede al bambino, e quindi a se stessa: "Ha senso metterti al mondo, obbligandoti così a vivere una vita in cui esiste la violenza, l'umiliazione e non esiste la libertà?"
E lei da sola, giunge all'apparente conclusione che si, è giusto, perché vivere è pur sempre esistere, ed esistere anche se soffrendo è comunque preferibile al nulla.
Da qui la scelta di portare avanti la gravidanza e la nascita di un forte legame tra la potezionale madre e il suo bambino.
Ma più la gravidanza va avanti e maggiori saranno le rinunce e gli "sforzi" che la madre dovrà subire per poter dare alla luce il suo bambino. Sopraggiunge cosi tra le righe un cinismo e un egoismo, verso "l'essere" che la sta privando della sua stessa vita. E sarà proprio l'egoismo, il desiderio di non sacrificare la propria libertà d'individuo esistente a favore di uno ancora non esistente, che porterà a quello che è l'epilogo del libro, già anticipato dal titolo.
Perchè rivelarci la fine ancor prima di aver letto il libro? A mio parere la scrittrice compie volutamente questa "anticipazione" poichè vuole che l'attenzione di noi lettori non sia concentrata sulla fine del libro e sull'esito della gravidanza ma bensì sul PERCHE'  e sul COME, una madre arrivi a prendere una tale decisione. 
La Fallaci (o forse dovremmo dire il personaggio a cui da vita), si pone in una condizione di condanna per le scelte che compie, diventa attaccabile sotto svariati punti di vista soprattutto oggi, da noi contemporanei. Al tempo in cui viene scritto il libro però, la donna non godeva ancora della piena indipendenza e se non sposata ma in dolce attesa (come nel nostro caso) era malvista e disprezzata.
Ma a differenza di ciò che si possa credere (dal titolo stesso) il tema principale del libro non è l'aborto, bensì il senso della vita e dell'esistenza. 
Ha davvero senso mettere al mondo un figlio se l'unico fine della vita è quello di finire? Dal nulla tornare al nulla, e nel mentre soffrire, lottare subire?

Particolare e ancor più geniale è la fine dell'ultimo capitolo, in cui la donna, dopo aver abortito, sogna in uno stato confusionale di essere imputata ad un processo per ciò che ha appena compiuto. Cosi facendo la Fallaci ci lascia il libero arbitrio: ci permette di compiere l'ultima riflessione presentandoci chiaramente i diversi punti di vista:  il medico che l'accusa, la dottoressa che l'assolve, il padre del bambino che discolpa se stesso, l'amica che ne difende i diritti, il datore di lavoro che se ne infischia della tragedia e ne è  sollevato,  i genitori che si astengono dal giudicare. Diverse voci, diverse coscienze, che sembrano volerci chiedere: e tu da che parte stai?