A Puntazza, di Simone Innocenti

Otto racconti per un esordiente

6 Luglio 2016

Chi l'ha detto che non in Italia non si scrivono racconti?
Quando mi è arrivato a sorpresa questo libro, io avevo appena iniziato a leggere un altro libro di racconti, Oggetto d’amore, di Edna O’Brien del quale la Munro ha scritto: “I racconti più belli e dolenti che siano mai stati scritti.”  In effetti sono tecnicamente perfetti.
Ora se qualche critico di mestiere (cosa che dubito) leggesse ciò che sto per scrivere storcerebbe il naso di brutto e griderebbe all’incompetenza gratuita che gira sul web. Io per fortuna critica non lo sono (anche se so esserlo) e posso liberamente permettermi di dire che abbandonando momentaneamente i racconti della O’Brien tecnicamente perfetti mi sono immersa nell’umanità imperfetta e sgangherata dei racconti di Simone Innocenti. E ho respirato tanta più vita.
 
Italo Calvino diceva che “chi comanda al racconto, non è la voce, ma l’orecchio”. Se nel racconto la voce narrante svela una storia fin nei più piccoli particolari ed è tanto più credibile quanto più riesce a renderla viva in tutte le sue implicazioni, nei racconti non hai disposizione tempo e spazio, devi fare la stessa cosa, ma nella brevità. Per questo ciò che qualifica uno scrittore di racconti è il ritmo. Come in musica, o come cantava Jannacci: “per fare certe cose ci vuole orecchio”.
Simone Innocenti con questo libro - che contiene otto racconti, tutti molto belli -  dimostra di avere orecchio.
 
A Puntazza infatti nasce dalla sua penna di cronista e il cronista è uno abituato per mestiere a scrivere ciò che vede  però, se dotato di sensibilità, si allena a captare il mondo sommerso dietro ai fatti, compie un esercizio continuo di osservazione e di ascolto.
Il compito di un cronista è innanzi tutto quello di riferire, rendere semplici da capire fatti spesso complessi. Se si interroga o ha dei dubbi, se guardando un morto ammazzato pensa che la vita è una faccenda complicata, non può scriverlo nel suo articolo, deve scrivere di certezze.
Quei dubbi può raccontarli, con stile a tratti garbato e a tratti dissacrante, come ha fatto Simone Innocenti in questi otto racconti.
 
Puntazza è un luogo immaginario ed è anche il primo dei racconti. Un paese che non esiste dove Luciano e Niccolò, i due protagonisti, sono impegnati con trenta rotoli di gratta e vinci rubati alla Tabaccheria di Milo (“crocevia di tutto quello che era la vita del paese”) perché avevano detto che nei rotoli ci stanno almeno un paio di biglietti vincenti che pagano sempre. Tutto sta a trovarli. Così i due se ne stanno lì col bottino e la certezza che in quel rotolo ci sarà il biglietto della svolta che, inutile dirlo, non sarà quella desiderata.
 
Otto racconti originali, nel linguaggio, nell’ambientazione, nel ritmo rapido, nella creazione di una galleria di personaggi atipici, talvolta eccentrici, che fanno sorridere, ridere, intenerire, lasciandoci tuttavia un fondo di amarezza nella loro commovente malinconia. Ecco, io li leggo i racconti tecnicamente perfetti, sono una scuola. Ma mi piace – nei libri che leggo – provare una gamma di emozioni che rendono il libro una cosa viva tra le mie mani.
 
Ad esempio, il protagonista de Il camionista, esordisce alla prima riga affermando: “Ho sonno e nessuno mi ama.” Costui è un osservatore che passa il tempo su un cavalcavia (“ma se non avete capito che quello è più di un cavalcavia, allora vuol dire che avete sbagliato tutto, perché quel cavalcavia, tra uno sbadiglio e  l’altro, è il ponte sospeso sui miei sogni”).
E sapete cosa fa il tipo in questione?  Tirwatching! Ovvero guarda i tir che passano. Ed è un vero esperto, tanto che con una sola occhiata dal suo cannocchiale, lui sa dirvi tutto non solo del mezzo e di cosa sta trasportando, ma anche dell’essere umano che lo guida. Per lui i camionisti e i loro camion sono “pennuti di ferro dall’anima inquieta”.
Non a caso lo incontriamo proprio il 14 agosto quando è incazzato per lo stop dei tir, lui è lì che vi spiega che avrebbe voluto fare il camionista, ma una propensione patologica al sonno gliel’ha impedito.
Così da vent’anni esatti, da quando a detta dei medici non posso guidare per la mia stessa incolumità, non ho altra scelta: io salgo qui, su questo ponte sospeso, e inseguo i miei desideri con un cannocchiale. Il tirwatching è il mio lavoro. Le targhe straniere sono la mia vita. La cabina di ferro e plastica è il mio respiro. Il giorno dei bisonti è la mia notte.”
 
C’è poi il protagonista del racconto “Il confidente”, l’esilarante quotidianità di un individuo che tutti credono sordo ma sordo non è, diventato confidente (e pertanto infame come si auto-definisce) a causa di un amore tradito.
 
Quelli citati sono solo assaggi di un pranzo con molte portate che lascia pieni e soddisfatti - dall’antipasto al dolce -  quelli di cui si paga volentieri il conto quando ci si alza da tavola.
L’autore regge molti, diversi registri e convince, rivelando dunque un ottimo orecchio: come nel miglior jazz, passa da un pezzo all’altro con leggerezza e intelligenza creando un campionario di personaggi duri, teneri, arrabbiati.  
 
Un’ultima citazione voglio riservarla al racconto che ho amato di più:  L’àncora che ha il grande pregio di raccontare un amore omosessuale con la delicatezza che si deve a ogni grande storia d’amore. La storia di Galliano, pittore, e Mauro, arredatore, ambientato a Livorno, della quale non svelerò i particolari, ma vi regalerò qualche riga:
 
“Quello che il cielo ha da dire alla terra si sente, ma nessuno sa ripeterlo. Non c’è chi possa riferire a un altro la bestemmia del tuono, le bugie della pioggia alla zona aride o il crepitio sconcio del fulmine nell’aria grassa di nubi. Quello che il cielo sa dire alla terra non ha testimoni, solo complici. Ti amo. Tuo per sempre, Galliano”.
 
Bravo a Simone Innocenti e a voi, auguro buona lettura!
  
A Puntazza, Simone Innocenti, L’Erudita, 2016, pp. 102, isbn: 9788867701148, € 13,00
 
Simone Innocenti si occupa di cronaca nera e giudiziaria in Toscana.
Ha scritto per La Nazione, Il Giornale della Toscana, l’Avvenire, l’Espresso e Sette. Suoi articoli sono comparsi su Monsieur e su Gnosis.
Attualmente lavora a Il Corriere Fiorentino, dorso regionale del Corriere della Sera. Il 16 gennaio 2012 ha diffuso, in anteprima mondiale, il file audio “Vada a bordo, cazzo!”.
In passato, oltre ad avere fondato e diretto un trimestrale di satira locale, il Volo del Ciuco, è stato marionettista.