"La porta" di Magda Szabó

10 Agosto 2016

Una penna ipnotica ed evocativa, un gioiello della letteratura ungherese contemporanea.
 
Non so letteralmente da dove iniziare nel recensire il libro che, finora, è stato per me una delle letture del 2016 più rivelatrici e che più ha lasciato un segno indelebile, anche a distanza di tempo, a lettura conclusa. Difficile è anche rendere giustizia a personaggi che mi è sembrato quasi di poter conoscere per davvero, tanto si sono dimostrati vivi e palpitanti oltre la carta stampata.

Emerenc Szeredás è l’enigmatica protagonista di questo spaccato di vita familiare che è poi, per esteso, anche ritratto di alcuni drammatici eventi che hanno segnato la storia ungherese del Novecento. Apprendiamo di questa instancabile domestica e tuttofare dalle parole della stessa narratrice: la padrona della casa presso cui Emerenc ha preso servizio.
Sin dalle prime battute, le memorie della narratrice appaiono profondamente segnate dall’amarezza e dal rimpianto e guidano il lettore nella progressiva scoperta del rapporto complicato ed inesplicabile che lega le due donne: l’una scrittrice negata per le faccende domestiche, l’altra stacanovista pragmatica dai sentimenti apparentemente indecifrabili.
 
Emerenc non aveva studiato Eraclito, ma conosceva la sua filosofia meglio di me, che ritornavo, appena possibile, nella città dov’ero nata alla ricerca di cose irreparabilmente scomparse […] e naturalmente non trovavo nulla perché chissà dove scorreva in quel momento l’acqua del fiume che trascina i cocci della mia vita. Emerenc era troppo saggia per tentare imprese impossibili, dedicava le energie a ciò che ancora era possibile realizzare nel futuro per il proprio passato, ma naturalmente mi occorse molto tempo per capirlo.
 
Pagina dopo pagina, ci si ritrova inevitabilmente avvinti, vicini alla narratrice nel cercare di dipanare il mistero di Emerenc, un mistero rappresentato sia concretamente sia metaforicamente da una porta chiusa, il diaframma invalicabile che separa l’appartamento di Emerenc dal mondo esterno.
 
La porta diventa dunque il simbolo dell’orgoglio, del bisogno di tracciare un confine tra quanto abbiamo di più caro, quanto ci definisce nel profondo e tutto ciò che potrebbe essere fonte di dolore o di delusione delle aspettative. Questo spirito di autoconservazione, tuttavia, non scade mai nell’individualismo nel caso di Emerenc, generosa e sempre pronta a dispensare silenziosamente aiuti e servizi all’intera comunità del quartiere. La condivisione della sofferenza, del passato e dei desideri per il futuro rimangono invece tesori privati, difesi da una cortina capace di capitolare solo di fronte ad un grande amore.
 
Oggi, però, ho capito una cosa, che allora ancora ignoravo: una passione non si può esprimere pacatamente, disciplinatamente, morigeratamente, e nessuno può definirne la forma al posto di un altro.
 
L’autrice restituisce quell’amore celebrato nella quotidianità, in modo semplice e spontaneo, senza scosse di assestamento che è la quintessenza del rapporto commovente tra Emerenc e Viola, il cane di casa. Parallelamente, troviamo invece l’amore che nasce da un apparente scontro ma che è in realtà costruito con dedizione sulle fondamenta di un confronto costante, e che si nutre della capacità (e dell’umiltà) di riconoscere la diversità dell’altro, imparando a rispettarla.
 
“La porta” è un romanzo crudo e a tratti impietoso, che scivola tra le pieghe della sensibilità senza chiedere il permesso, capace di rappresentare fedelmente le sfaccettature più complicate e le verità più scomode che contraddistinguono un rapporto autentico. Non promette conforto, evasione o facili morali, ma racconta e lo fa in modo indimenticabile.  
 
La porta
, di Magda Szabó, Einaudi, 1987, pp. 258