UN LIBRO IN 3D

Intervista ad Alessandro Moscè

7 Settembre 2016

L'ETA' BIANCA
L'età dell'innocenza, l'amore, il calcio e la morte
La prima domanda per un Libro in 3D è sempre rivolta al titolo: L’età bianca. Ci spieghi questa scelta?
L’età bianca è un’età adolescenziale, una carta velina trasparente, come nell’indole dei ragazzi che crescono e che non conoscono compromessi. La loro predisposizione è frontale negli eventi che accadono, non solo personali. Il titolo lo avevo già in mente una ventina di anni fa e l’ho custodito gelosamente perché mi piaceva. Nel frattempo ho scritto molto altro, ma quando è arrivato il momento di scegliere, ho riesumato un’espressione che si adatta perfettamente ad un’età per me cruciale, perché ha segnato il ritorno alla normalità dopo due anni trascorsi all’Istituto Ortopedico Rizzoli dove sono stato curato per un sarcoma. L’età bianca è dunque l’età della ripartenza, tutta da riscrivere specie in un manuale di sentimenti. E’ un fuoco che brucia al massimo di espressività, una fase di crescita non più costellata dalla paura di non farcela e dalla reclusione, come la definisco, negli ospedali. Una sorta di maturazione in progress, che nel romanzo può essere assimilabile al bildungsroman di derivazione romantica, all’evoluzione del protagonista fino all’età adulta.
 
L’età bianca è una storia autobiografica che narra la miracolosa guarigione di Alessandro, il protagonista, che da bambino si ammala e guarisce dal sarcoma di Ewing, una forma di tumore osseo. Sullo sfondo troviamo  l’Italia degli anni Ottanta. Ci parli della genesi del tuo romanzo?
L’età bianca compone, con Il talento della malattia, uscito nel 2012, un dittico. A tredici anni sono stato colpito da un sarcoma di Ewing al bacino. All’epoca, eravamo nel 1983, sono morti tutti coloro che soffrivano del mio stesso male. Io, inaspettatamente, ce l’ho fatta. Si sono registrati due soli casi, fino agli anni Novanta, di guarigione clinica. Mi sono posto molte domande da trent’anni a questa parte. La morte la si può guardare a distanza, non in tempo reale. Adesso è la malinconia, paradossalmente, che mi tiene agganciato alla storia del mio male e della rocambolesca guarigione. In un certo senso è come se fossi rimasto un adolescente. Ma l’adolescenza, solo l’adolescenza, è un’età eterna. Uno scrittore non può diventare mai un adulto fino in fondo, perché sarebbe banale nel suo conformismo. L’adolescente è sempre fiero, invulnerabile. Nel secondo romanzo racconto anche l’Italia degli anni Ottanta, la sparizione di Emanuela Orlandi e il caso giudiziario di Enzo Tortora in particolare, nella congiunzione tra la sfera privata e quella pubblica che scorreva parallelamente. Lo sguardo si apre su una vista più ampia, non solo di rimemorazione individuale.
 
Oltre al protagonista, Alessandro, sono due i personaggi principali del tuo romanzo: Elena, la donna amata, e Giorgio Chinaglia, un mito calcistico. Personaggi fortemente simbolici. Ce ne parli?
Durante la malattia mi ha aiutato molto la figura del mio idolo calcistico di allora, lo stravagante Giorgio Chinaglia. Un famoso giocatore di calcio è diventato il viatico per far fronte ai luoghi di separatezza dalla vita, appunto gli ospedali. Il campione come simbolo di vittoria, uno spazio di leggerezza, naturale antitesi alla malattia, così da annientare il terribile horror vacui. Giorgio Chinaglia, mito incontrastato della Lazio degli anni Settanta, era già un “compagno insostituibile” di giochi nell’infanzia, incarnato fantasiosamente come soggetto impareggiabile al quale appellarsi nella solitudine. La compartecipazione con le vicende sportive prende origine da una risonanza puramente emotiva e non solo da un meccanismo di immedesimazione con il campione. Il mito calcistico (il “basso epico”, per dirla con Jorge Borges) garantiva quella “felicità bambina” che è diventata anche il modo migliore per affrontare psicologicamente il sarcoma. Elena è il mezzo per schiudere sentimento e passione, eros, sesso. E’ l’incarnazione del bene e perfino del male, perché ad un certo punto il mio eponimo pensa che possa rappresentare la morte sotto mentite spoglie, venuta a visitarlo trent’anni dopo. Oltre l’epica quotidiana, simboleggia una figura ancestrale, la contraddizione apparente, la fuga dalla vita standard e dalla realtà che ha bisogno di una sensibilità tattile.
 
L’autore
Alessandro Moscè (Ancona, 1969) vive a Fabriano. Ha pubblicato l’antologia di poeti italiani contemporanei Lirici e visionari (2003); l’antologia di poeti italiani del secondo Novecento, tradotta negli Stati Uniti, The new italian poetry (2006); le raccolte poetiche L’odore dei vicoli (2004), Stanze all’aperto (2008) e Hotel della notte (2013). Ha pubblicato inoltre i saggi critici Luoghi del Novecento (2004), Tra due secoli (2007) e il saggio narrativo Il viaggiatore residente (2009). Il romanzo Il talento della malattia, pubblicato da Avagliano editore nel 2012, è giunto alla terza edizione. Le sue poesie sono tradotte in Romania, Spagna, Venezuela e Messico. Si occupa di critica letteraria su vari giornali. Dirige il Premio Nazionale di Narrativa e Poesia Città di Fabriano.
 
Il libro
Dopo trent’anni Alessandro incontra Elena, il suo amore giovanile che lo rifiutò, e stavolta instaura con lei una complicità sentimentale che prende il sopravvento nel mondo di entrambi, chiuso nelle abitudini della provincia italiana. Elena lo accompagna nell’ospedale dove da bambino ha rischiato di morire, come fosse una resa dei conti con il destino. Davanti all’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna, dove Alessandro bambino è uscito miracolosamente vivo, tornano la passione per le partite della domenica “in bianco e nero” e l’idolo dell’infanzia Giorgio Chinaglia, centravanti della Lazio nel frattempo deceduto, e la consapevolezza dolceamara che prima o poi bisogna dare un taglio netto alle proprie malinconie, per aprire un capitolo nuovo dell’esistenza. Se ne Il talento della malattia, l'autore raccontava la guarigione da un terribile sarcoma di Ewing, avvenuta negli anni Ottanta, anche grazie all’amore per il calcio, qui subentrano la seduzione dell’adolescenza e suoi tormenti, la reticenza nel donarsi, il timore di mettersi a nudo, la passione per la scrittura e la conoscenza di grandi poeti contemporanei come Mario Luzi, nella memorabile cena in un ristorante di Senigallia.
Un libro autobiografico che percorre l'Italia degli anni Ottanta e Novanta, in cui è possibile riconoscersi. 
 
La mia lettura
Chi da bambino incontra la morte ha occhi diversi se quella morte la sfugge per un miracolo o chissà cos’altro. Se vive la malattia accanto ad altri come lui, diventa “un ragazzo che legge Baudelaire, uno che non si incontra spesso”.
L’autore  svela che il bisogno di raccontare la sua storia scaturisce innanzi tutto dal pensiero che i bambini che muoiono o guariscono non lasciano tracce di sé.
 
“Alessandro ha incominciato a scrivere romanzi dopo aver letto una massima di Yūko Tsushima: “Nel nostro mondo, la morte di un bambino o un’altra morte altrettanto crudele, è diventata qualcosa che si dimentica nella vita di tutti i giorni, al punto che bisogna ricordarla espressamente sotto forma di racconto”. La stessa cosa avviene per una guarigione che non finisce mai sulla cronaca dei quotidiani. C’è un muro di omertà di fronte alla malattia e alla morte”.
 
Alessandro Moscè ci racconta questa storia, ma non si limita al racconto della vicenda personale, perché il libro narra anche l’Italia di quegli anni.
L’autore è giornalista e scrittore, pertanto nel romanzo ritroviamo la penna del giornalista allorquando si narra la cronaca, la città di Fabriano che si spopola delle proprie attività economiche, i disoccupati, la prostituzione, la città desolata che non è più la stessa.
 
“I negozi chiudono, il centro si svuota, la gente emigra, gli extracomunitari faticano ad inserirsi. E’ forse il simbolo per eccellenza della crisi italiana. Rimane la visionarietà di una musa che scende dal cielo, che si ferma sugli alberi, e sembra di vedere un’anima femminile aggirarsi dal giardino al corso”
 
Ma Alessandro Moscè sa virare verso una prosa poetica quando parla di sé, di Elena, dell’amore, del miracolo, della sua infanzia:
 
“ Alessandro è in uno stato d’emergenza e ne deve uscire. La sveglia segna le nove della sera. Un ticchettio batte sulle orecchie, non si ferma. Sembra una voce che entra in colluttazione con il suo passato e che muove un fremito leggero delle dita. C’è un io in ascolto, dice Marco. Ciò che ci è vicino, a volte, dista lontananze abissali. La voce interna non è una tortura, ma una malia sotto pelle, se si sa addomesticare”.
 
È un libro che sorprende, che procede sbalzando il lettore dal linguaggio medico (con il quale meticolosamente ci viene spiegato cosa sia il sarcoma di Edwig) a una prosa altamente lirica, per poi virare nuovamente verso il basso, nella quotidianità del mondo e dell’esistenza che cambia.  Lo sguardo vola da un punto all’altro, in un saliscendi dalla vita alla morte andata e ritorno, dall’amore alla passione alla solitudine.  
 
 “Sorride all’assurdità della vita, alle sue contraddizioni, all’incoerenza, ai pretesti, agli avvenimenti. Il viaggio è terminato, o è appena iniziato. (..) Si sente addosso tutte le età e nessuna età. Già, nessuna età. Perché è fuori dal tempo degli orologi.
L’età bianca è ancora da scrivere, va riempita. C’è qualcosa che ci sfugge e ci fa terrore, anche se non lo diciamo. E’ che non possiamo conoscere il dopo, l’attimo che segue l’anima e precede il paradiso, l’inferno dei bambini. Raccontare il futuro, resuscitarlo: no, non si può.”
 
Un bellissimo romanzo, una storia vera e ben raccontata tutta da vivere in un incontro con l’altro, la sua esperienza, la sua capacità di fare della vicenda personale un racconto universale.
Che è ciò che, di norma, fa la letteratura.
 
 
Alessandro Moscè, L’età bianca, Avagliano Editore
Collana: I Corimbi 82 ISBN: 978-88-8309-200-8 P. 240 € 15,00