Kobane Calling, Zerrocalcare

9 Settembre 2016

Kobane chiama, testimone di valori sopra i quali noi occidentali amiamo favoleggiare: uguaglianza, emancipazione, democrazia, resistenza, tutte cose rimosse dalla memoria collettiva - più o meno da quando abbiamo iniziato a scordarci delle “nostre” guerre, battaglie con le quali ci identificavamo senza esitazione, che ci rappresentassero o meno, soltanto perché furono combattute su un suolo familiare.
Ma come ci è finito Calcare nel Rojava? E poi, dove si trova esattamente, questo posto? Il nostro beniamino, attraverso la filosofica vocazione della sintesi del disegno, ne svela la situazione geopolitica in un paio di vignette riassuntive; così, scopriamo che, oltre agli edifici sventrati e ai bombardamenti - che la TV tanto munificamente ci elargisce, ogni giorno che Dio manda in terra - esiste una zona strappata con le unghie e con i denti dai curdi siriani a Daesh (Isis, per gradire), suddivisa in tre cantoni; una regione autonoma, retta da un confederalismo democratico, regolato da un contratto sociale basato sulla convivenza etnico - religiosa, la partecipazione/ l'emancipazione femminile, la ridistribuzione delle ricchezze e l'ecologia.
Prendendo parte a una staffetta di aiuti umanitari, organizzata da volontari provenienti da vari centri socialiStaffetta Romana per Kobane – Calcare parte per Mehser, villaggio di combattenti curdi situato lungo il confine turco, e direttamente affacciato sul nemico.
Nell'orizzonte di Mehser, i fuochi di Kobane.
Il viaggio ha sia lo scopo di recare medicinali e materiale sanitario, che di raccogliere una testimonianza su come si vive portando avanti la rivoluzione contro i nuovi talebani, in modo da poter divulgare informazioni che non riguardino esclusivamente i soliti, macabri bollettini di guerra - di carattere prettamente allarmista (e mistificante, aggiungerei) - ai quali i principali media ci hanno ormai abituati.
Come Calcare sia arrivato a scegliere di prestare la propria penna a una causa della quale l'opinione pubblica quasi non conosce l'esistenza, è da imputarsi alla vita - o così credo di aver capito.
In principio, nemmeno l'autore aveva ben chiaro come si fosse trovato a fare colazione con formaggio e olive piccanti, fra cieli vastissimi e terre marcate da confini estremamente sottili – ma la risposta, poco alla volta, ha preso forma. Io credevo si trattasse di mera onestà intellettuale, mentre egli va più a fondo, e sotto di quella – della coscienza – trova il suo cuore; pertanto, Calcare intraprende quest'esperienza perché... è ciò che è. La risultante delle sue proprie battaglie. E il cuore l'ha condotto sino a quella regione travagliata poiché, evidentemente, l'addizione la si poteva risolvere soltanto lì, nel Rojava - a sua volta, un cuore di contraddizioni che pulsa al centro del mondo, racchiudendo in sé tutto quel che sembra contare al giorno d'oggi. Uguaglianza, emancipazione, democrazia, resistenza.




Alla prima spedizione del 2014, ne fa seguito una seconda, nel luglio 2015 (e dato che questo libro mi è stato donato in occasione del mio compleanno, il quale ricorre proprio nel mese di luglio, l'ho trovato particolarmente poetico :) Non c'entra niente, ma commuoversi per sciocchezze è lecito). Questa volta, si va a Kobane – perché, come Calcare insegna: Non s'accannano le cose a metà.
La staffetta parte da Erbil, capoluogo curdo – iracheno d'ispirazione occidentale, contraddistinto da palazzi, hotel, speculazioni edilizie ecc; qui, i ragazzi incontrano la loro guida, Ezel, una coraggiosa signorina turca che vive in Italia per sfuggire a una condanna al carcere di ventidue anni, per avere partecipato ad una manifestazione pacifica quand'era poco più che una bambina.
Con il fiato sospeso, insieme attraversano la porta di Semelka, tra Iraq e Siria, un luogo d'eterna attesa, gremito di persone che aspettano il lasciapassare come fosse un tragico verdetto. Varcare Semelka non dipende da requisiti specifici, non c'è criterio né logica nella selezione, ma il potere decisionale è interamente nelle mani di un unico individuo, da Ezel ribattezzato “Il Bastardo”.
Traghettati oltre il Tigri, finalmente entrano nel territorio del Rojava, dove ad accoglierli ci sono un paesaggio molto simile a quello appena lasciato sull'altro versante del fiume, e un (torrido) clima di speranza e orgoglio; quindi, fanno tappa a Qamishlo, capoluogo del cantone di Cizre, ovvero, una città che sembra vivere nell'utopia: comunità diverse vi convivono in equilibrio, ognuna custodita e difesa dal proprio esercito. Una polveriera in attesa della scintilla che la farà esplodere, verrebbe da dire, mentre pare basti mantenere il giusto mood: perciò, i civili circolano liberamente per la città, mentre i militari non possono lasciare in divisa il loro quartiere d'insediamento.
Proprio qui, la comitiva incontra Nasrin, nientemeno che il capo dell'unità di difesa delle donne del Rojava - denominato YPJ – con la quale proseguiranno per un breve, quanto significativo tour della memoria.




Scortati da Muslim (combattente) visitano i resti di Kobane. La città emblema della resistenza è ridotta a una distesa di macerie, dove mine antiuomo rimangono sepolte assieme ai cadaveri, in attesa; un “museo a cielo aperto della vergogna dell'umanità. Di cosa è stato lasciato accadere”.
Il viaggio termina a Qandil, la località sui monti iracheni dove si trovano le basi dei guerriglieri del PKK. Il partito dei lavoratori del Kurdistan, fondato nel 1978, ora figura nelle liste internazionali di terrorismo, per gentile premura del governo turco, il quale non riconosce l'esistenza dei curdi nel proprio Stato. Il leader e ideatore del movimento, Ocalan, è imprigionato a vita. Su queste colline, uomini e donne combattono fianco a fianco, seguendo un addestramento militare e una formazione all'interno di classi miste, nelle quali si studia il rapporto fra i generi, o come sopprimere la figura autoritaria del maschio dominante. Il PKK, ora supportato da YPG, porta avanti questa rivoluzione culturale e sociale da quarantanni.


Il sentimento che pervade la lettura di questo fumetto è lo stupore. C'è incredulità rispetto quel che si vede, i contrasti sono talmente marcati da risultare quasi paradossali: per esempio, i pozzi petroliferi che giacciono in disuso in mezzo al deserto, autentiche macchine di ricchezza, in un paese che vuole l'energia rinnovabile; donne musulmane che non sono affatto represse, ma anzi, orgogliose, dignitose, autentiche guerrigliere; strani individui che si alimentano a crema di lenticchie e aprono casa loro agli ospiti, tacendo un insospettabile passato di lotta per la sopravvivenza, costellato di soprusi; le telefonate via Skype fra innamorati, in un villaggio abbandonato; le donne arabe che piangono i loro caduti accanto alle donne curde, nello stesso camposanto.
Zerocalcare ci racconta i suoi viaggi con grande senso di umiltà, riconoscendo l'enorme differenza fra il suo vissuto, i suoi legami (molti, di conforto), e quelli della gente che racconta la propria storia. Nonostante egli condivida gli stessi princìpi di democrazia e femminismo, la totale dedizione e la mentalità di queste persone, costantemente in lotta per garantire al loro popolo un futuro all'insegna del rispetto e del progresso, restano durissime da accettare. Le considerazioni di Calcare sono semplici e dirette e, ovviamente, l'ironia non manca, nemmeno in queste pagine.
Credo che a 'sto punto non ci sia neanche bisogno di scriverlo. O sì? Insomma, leggetevi Kobane Calling e aprite il vostro cuore, la vostra coscienza, prestate attenzione a ciò che questa guerra rappresenta: la luce della ragione, della tolleranza, dell'autodeterminazione dei popoli contro l'ignoranza, il fanatismo e l'egemonia.