Conforme alla Gloria, di Demetrio Paolin/ Intervista

Un libro in 3D/ Tre domande all'autore

4 Aprile 2016

Tre domande a Demetrio Paolin
Conforme alla Gloria
Candidato al Premio Strega 2016
In queste interviste nel presentare il romanzo, iniziamo sempre dal titolo: Conforme alla gloria è un titolo sicuramente suggestivo. Ci parli di questa scelta?
 
Solitamente quando inizio a scrivere un romanzo, o un saggio ho chiaro il titolo che vorrei dare al testo. Il titolo è per me una sorta di bussola che serve per orientarmi nella stesura. Debbo dire che con quest’ultima fatica le cose sono andate un po’ diversamente. Per un periodo lungo scrivevo, ma non avevo in mente nessun titolo plausibile  o centrato.
Poi un giorno mentre stavo lavorando a una scena che avevo riscritto alcune, volte mi è venuto in mente che il quadro doveva avere un titolo. Il quadro si poteva intitolare solo e soltanto La Gloria.  In quel momento, nel momento, in cui ho riconosciuto che
a) il quadro era il motore dell’azione e
b) che esso aveva un nome,
tutto è diventato facile.
C’è da dire che il lemma “conforme” poi mi piace perché se da un lato richiama a una terminologia scientifica, che strideva perfettamente con il termine, dalle sfumature profondamente religiose, di “gloria”. In più la parola “conforme” in alcuni dialetti (penso al veneto) viene usata per stabilire una somiglianza prossima all’identità con il genitore; quando un figlio assomiglia alla madre o al padre si dice che è “conforme”: mi piaceva tenere nel titolo anche questo significato, questa idea di generazione, di qualcosa che nasce simile a ciò che lo partorisce.
 
Il tuo romanzo affronta l’ambigua natura del male. In particolare uno dei personaggi principali, Rudolph, figlio di una SS che rimane fedele al Reich fino alla morte, sente su di sé la colpa del padre fino a pagarne conseguenze estreme. Esiste per Demetrio Paolin una possibilità di redenzione o di pacificazione?
 
Per i protagonisti del romanzo l’unica forma possibile di pacificazione sta nel non trattenere su di sé il male.  Tutti i protagonisti in un certo senso duplicano il male che subiscono, lo fa Rudolf, lo fa Enea e lo fa Ana con il suo ultimo gesto. L’universo di Conforme alla gloria è chiuso da un male che pare irrimediabile, e forse lo è. È un male storico, ma anche morale e privato e qualcosa che filtra nelle vite di ognuno e le intossica.
L’unica forma di salvezza, che posso concepire, è la scrittura. La scrittura per me è una forma di salvezza delle persone che amiamo, delle persone che abbiamo perduto. Non sto dicendo una di quelle frasi fatte del tipo “la scrittura mi ha salvato la vita” o cose del genere. Semplicemente la scrittura permette di spostare un po’ più in là la morte corporale delle persone che amiamo.  Quindi essa rappresenta l’unico argine al male che esiste nel mondo, è un modo di fare le cose, è una prassi. L’unica redenzione che posso immaginare è quella di una pagina scritta, che se ci pensi è una cosa misera: la scrittura dilaziona per un po’ lo stare vivi delle persone, è lo sforzo di togliere un resto dalle fauci del leone che tutto divora.
Non so se questo valga come redenzione, ma è ciò che possiedo ovvero la capacità di raccontare una storia e darla a chi vuole, a chi ascolta e legge.
 
La narrazione si snoda tra i vissuti dei personaggi. Ci sono vicende del tuo romanzo ispirate a fatti realmente accaduti? Qual è stato il percorso compiuto per arrivare a scrivere un romanzo così intenso e doloroso?
 
Il romanzo è stato concepito in un arco di tempo molto lungo. La prima immagine, che non è neppure un’idea, ma una suggestione l’ho avuta intorno ai 22/23 anni. Ero a Mauthausen durante un viaggio studio; visitando il museo sono entrato in una stanza completamente vuota, dove nella parete di fronte a me si vedeva l’orma di un quadro che era stato appeso e ora non c’era più. L’immagine di questo quadro l’ho tenuta per anni, mi chiedevo come fosse, chi lo avesse donato, cosa rappresentasse e mi sembrava potesse essere una metafora di ciò che era stata la deportazione.
Molti anni dopo, durante un convegno a Salisburgo, durante una pausa e una passeggiata notturna per le vie della città mi è venuta un’altra immaginazione, che in questo caso riguardava il personaggio di Enea. Mi era venuto in mente un uomo che stava seduto mezzo nudo e fumava.
Negli anni queste due immaginazioni si sono fuse, hanno preso altre strade e altri giri fino ad arrivare a essere una storia unica.  Oltre a questo ovviamente ci sono alcuni personaggi reali che io ho incrociato nella mia vita come Bruno Vasari o Bepi Calore, due ex deportati di Mauthausen, che molto mi hanno insegnato con la loro vita e la loro testimonianza. Nel romanzo ogni personaggio e ogni evento storico da un lato rappresenta qualcosa che è avvenuto, dall’altra rinchiude in sé un senso altro. Anche un personaggio come Levi è trattato a questa stregua; ripercorrere brevemente la sua parabola finale (gli ultimi istanti dell’11 aprile 1987) significava raccontare il difficile nitore della testimonianza. Anche gli episodi di cronaca come il rogo della Capella del Guarini e la Thyssenkrupp subiscono il medesimo trattamento sono quello che “accadono”, ma rimandano a un significato altro, che se non suonasse come un parolone definirei allegorico.
Quindi le esperienze dolorose e vissute di questi anni di scrittura, hanno subito su di loro questa tensione “esperienziale” tra il fatto e il dire. Questo ha prodotto un lavoro secondo me interessante sulla lingua del testo, che mi ha portato a scrivere in un modo che neppure io credevo di avere. Ho capito come la storia mi conducesse a un certo tipo di scrittura, ho compreso che io sono scrittore nella misura in cui servo la storia che scrivo, se la rispetto. La mia responsabilità non è quella di scrivere bene o male (ho perduto da tempo quest’ansia stilistica), ma di fare in modo che ciò che scrivo funzioni: la pagina scritta sia il più fedele possibile all’immaginazione che l’ha generata.
 
Il romanzo
Amburgo, 1985. Rudolf Wollmer fa il sindacalista, ha una moglie, un figlio adolescente e l’incubo di un padre scomodo, una ex SS che morendo gli ha lasciato in eredità la casa di famiglia. Deciso a sbarazzarsene subito, ritrova, tra gli oggetti del vecchio, un quadro intitolato La gloria. L’immagine è minacciosa ma nasconde un segreto ancora più terrificante. Nel tempo, la vicenda di Rudolf e del quadro si intreccia con quella di Enea Fergnani ‒ ex prigioniero a Mauthausen sfuggito allo sterminio del lager grazie alla sua abilità artistica e proprietario di un negozio di tatuaggi a Torino ‒ e della giovane modella Ana… Un romanzo sorprendente, dallo stile intenso e nitido, che è anche una riflessioni sul rapporto tra vittima e carnefice, su quale sia il confine tra umano e disumano. 
 
L’autore
Demetrio Paolin (1974) vive e lavora a Torino. Ha pubblicato il romanzo Il mio nome è Legione (2009), i saggi Una tragedia negata. Il racconto degli anni di piombo nella narrativa italiana (2008) e Non fate troppi pettegolezzi (2014) e diversi studi critici su Primo Levi. Ha collaborato con il “Corriere della Sera” e “il manifesto”. Conforme alla gloria, il suo secondo romanzo, esce a sette anni di distanza dal primo
 
La mia lettura
Ho avuto il privilegio di leggere questo romanzo in anteprima. Devo confessare è stato un po’ in standby per via della mia ipersensibilità visionaria che mi tiene a distanza da qualsiasi opera abbia a che fare con forme di violenza subita. Per me è come ingoiare immagini e parole, non è fobia, è pancia, pelle, sto male.
Poi – attratta dalla trama del romanzo – ho affrontato la sfida e mi sono detta che le cose belle a volte richiedono il  superamento di prove, non sono mai gratis, anzi, di solito la bellezza conquistata con qualche sofferenza è impagabile.
Come scalare una montagna, per quanto tu abbia imprecato lungo la salita, una volta in cima quello che vedi ti toglie il fiato e sai che non avrebbe potuto arrivare diversamente. E benedici chi ti ha portato lassù.
Ed è stato così che ho benedetto Demetrio Paolin: il suo romanzo è una vertigine.
Quella che fai in cima a una montagna è un’esperienza che non può essere paragonata a nessun’altra, sai che è quella e basta, niente sarà più paragonabile a quello spettacolo e niente sarà più uguale, dopo.
Conforme alla gloria ha questo grande pregio, ed è un pregio notevole per un romanzo che racconta, ancora una volta e in modo sorprendentemente diverso, la Shoah.
Il libro affronta non solo il male inflitto alle vittime (già al centro di innumerevoli narrazioni) ma scava in quel male fino alle radici più profonde. Trovarsi faccia a faccia con l’aberrazione ti costringe a una sfida, ti fa sentire in pericolo. Perché il male devasta, ma ha pur sempre il suo fascino ed è per questo che del male non ci si libera così facilmente. Dunque,  pagina dopo pagina, questo romanzo disturba e conquista, espugna qualsiasi resistenza.
È un romanzo che non si legge solo con gli occhi, come un qualsiasi altro romanzo, ma si legge con il corpo e la pelle. La storia si insinua dentro, la curiosità trasporta a prescindere dalla volontà, poi la rabbia fa tremare e il sangue si ribella.
La Gloria di cui Paolin parla nel romanzo  è un quadro con una storia molto particolare che intreccia il destino di un carnefice a quello della sua vittima; ma è anche la gloria del male che nella Storia sopravvive e sconfigge senza che nessuno possa davvero mettersi in salvo.
Quando, dopo essere stati in cima alla montagna, dovrete riscendere, non sarete più le stesse persone. Forse sarete spaventati, forse quella vertigine vi avrà turbato e vi chiederete: fin dove può arrivare il male? Può la vittima commettere il male a sua volta?
Io sono vivo perché qualcuno è morto al posto mio. Io non sono vivo per meriti, ma per caso. Sono qui perché nel giorno della selezione io ero accanto a uno più magro di me, a cui avevo rubato nei giorni precedenti il pane che ci davano. Le sue costole erano più sporgenti, la sua pelle più sottile e il suo sguardo più vitreo del mio. Così alla selezione lui è andato a destra e io a sinistra. Lui è finito nel camino e io no. E io sono qui e lui disperso nel cielo.”
 
Io sono vivo perché qualcuno è morto al posto mio.
Lo ripeterete come un mantra e forse avrete voglia di correre a salvare qualcuno, chiunque passi di lì in quel momento, quando,  ancora con il libro in mano, dopo l’ultima riga dell’ultima pagina ve ne starete lì a riflettere che ci sono libri come questo che feriscono per farci sentire vivi e reagire.
Dopo vi alzerete e riporrete il libro nello scaffale, ma non lo allineerete agli altri. L’istinto ve lo farà lasciare pronto per essere ripreso, almeno fino a che quella vertigine non sarà rifluita nel corso normale degli eventi quotidiani e la vostra pelle avrà ripreso il suo normale colore e odore. Pelle umana.
 
Ci sono esperienze che si possono fare in un luogo soltanto, così come ci sono libri che scavano e si depositano. E in quell’anfratto di noi stessi ci sarà posto per quello e quello soltanto. Questo lo sapete, perciò il libro non giacerà accanto ad altri libri.
Conforme alla gloria sarà tra i libri destinati a restare, pronto per essere ripreso o passato a qualcuno a cui dire: vai, scala questa montagna, arriva in cima e non te ne pentirai.
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 Conforme alla gloria, Demetrio Paolin, pagg. 400, 18 euro
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