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"Bilal", Fabrizio Gatti

  • Scritto da 
La storia di un giornalista che decide di diventare un immigrato: il racconto del suo esodo, di ciò che purtroppo ha visto. Un libro coraggioso, un libro-denuncia.

 

 

 

Tirolo: Bilal. Il mio viaggio da infiltrato nel marcato dei nuovi schiavi.

Autore: Fabrizio Gatti

Casa editrice: BUR Rizzoli

Numero di pagine: 492

Prezzo di copertina: Euro 9,90

Ebook: 6,99

 

 

 

 

 

Al piccolo Elvis.

Questa è la mia prima recensione dettata quasi da una necessità fisica, da un impellente bisogno di scrivere per tentare di mettere ordine alla miriade di emozioni che questo libro ha suscitato in me.

Si tratta di un libro dal tema difficile e quantomai delicato: l’immigrazione.

La particolarità di questo libro sta nel fatto che Gatti ci parla della questione in modo inconsueto per il tipo di giornalismo cui siamo abituati. L’autore infatti decide di diventare un immigrato, di calarsi letteralmente nei panni degli stranded, di diventare uno di loro, di provarci almeno.

 

Stranded in inglese significa arenato, incagliato, lasciato senza mezzi di trasporto, nei guai, in difficoltà. Strand è la traduzione di riva, spiaggia. Ma negli occhi di questi ragazzi non c’è il sollievo di ogni naufrago quando vede avvicinarsi una spiaggia.  C’è il riflesso di una mente che, pur avendo i piedi piantati sulla terraferma, sta annaspando in mezzo ai marosi. I loro sguardi tradiscono il buio del baratro. […] La testa non sa più  che direzione prendere.?

Pag. 67

 

Il libro inizia con la partenza fisica di Gatti per il Senegal. Esordio cronologicamente corretto, ma credo di poter affermare come tutto sia partito ben prima, con la decisione di aprire gli occhi su un fenomeno che, prima di avere impatti economici e culturali, è un fatto umano. Gatti è mirabile nel riuscire ad entrare nel nocciolo del problema: chi sono le persone che scelgono, attraverso rotte improbabili, di venire in Europa? Cosa li spinge? Che situazioni lasciano?

Il giornalista riesce a farsi trasportare in grossi camion che percorrono la rotta che tipicamente compiono gli africani sub sahariani per giungere in Libia e da lì imbarcarsi per Lampa Lampa (è così che viene chiamata Lampedusa).

Riesce a fingersi naufrago clandestino ed entrare come tale nel centro di detenzione dell’isola, svelando le vergogne di alcuni militari e la loro bestialità.

Diventa infine un immigrato che si presta al duro lavoro dei campi nel sud Italia.

 

Gatti ha una scrittura scorrevole ma non per questo semplice e scontata. Sa usare bene le parole: in fondo il suo mestiere è comporre un mosaico lessicale che consenta al lettore di comprendere il più possibile e di entrare nella realtà vissuta dal giornalista e da milioni di africani. Le descrizioni che fa sono spesso mirabili, intense, particolarmente vere e vibranti, soprattutto quelle del deserto e dei paesaggi che vede.

La struttura del libro è costituita di capitoli che, vista la loro autonomia di contenuti, possono essere letti anche singolarmente, non rispettando l’ordine imposto.

L’autore sa raccontare con maestria gli episodi vissuti. Fatica enormemente a tollerare la violenza gratuita che viene quotidianamente perpetrata, cerca tutti i diversivi di cui dispone per fermare gli obbrobri che passano davanti ai suoi occhi: gli abusi fisici e psicologici che coloro che intraprendono il viaggio subiscono da parte dei militari e di coloro che promettono il trasporto verso una nuova vita sono davvero difficili da sopportare, anche considerando i numeri: percorrono il Sahara circa 15.000 persone al mese, in tutto per 305 giorni l’anno.

Si tratta quindi di un libro denuncia. Denuncia reale, documentata, anche se, come ogni esperienza, è certamente parziale, impregnata delle personali convinzioni, vissuta su una pelle ed una mente che sono schierate. Credo che vi siano dei passaggi in cui il giornalista pecchi di eccessivo buonismo. Sono anche però convinta che, vista la grave disinformazione che regna attorno al mondo dell’immigrazione, si possa anche soprassedere all’eccesso di paternalismo che ho percepito in alcuni passaggi.

Consiglio questo libro perché fa da degno contraltare alla cultura xenofoba del nostro Paese che ci ha dipinto gli immigrati come soggetti dediti esclusivamente alla delinquenza, privi di qualsiasi dignità.

Nessuno schieramento per definizione credo possa dirsi detentore di una verità assoluta. Credo quindi che leggere questo libro possa darci occhi nuovi e strumenti validi per vedere la questione da un altro punto di vista, non vedendo l’immigrazione solamente come problema ma anche come opportunità.

Non vorrei le mie parole sembrassero a propria volta buoniste: credo fortemente che il fenomeno immigrazione vada affrontato con una attenzione diversa da quella che è stata prestata finora. Non è coi respingimenti, coi centri di detenzione, con la caccia all’uomo che potremmo arginare l’emorragia dal continente africano. Leggeremo testimonianze in questo libro che fanno comprendere come la speranza di una vita migliore sia forte in tutti coloro che decidono di affrontare il deserto, le violenze, le ruberie, le ingiustizie tanto gratuite da lasciare l’amaro in bocca.

Non credo che il tentativo di una vita dignitosa sia deplorevole ma soprattutto non credo possa (e debba) essere fermato. Come Europa, come mondo occidentale, credo si debba pagare il prezzo di un benessere raggiunto anche a scapito di altri. E penso che l’unico modo sia prendersi responsabilità serie nei confronti di quelli che, prima di essere lavoratori o ladri, sono persone.

 

 

Fabrizio Gatti è un giornalista de L’Espresso che definisce l’Africa un “disastro umanitario?. Il 17 maggio 2008 a Udine riceve il premio letterario internazionale Tiziano Terzani per il libro Bilal.

Altri suoi libri sono: Viki che voleva andare a scuola. La storia vera di un bambino albanese in Italia, Fabbri (2003),
L'eco della frottola. Il lungo viaggio di una piccola notizia sbagliata, Rizzoli, (2010).

 

A cura di Federica

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